Norme & Tributi

Per le ricevitorie lecita l’imposta unica sui concorsi

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notificata la chiusura indagini preliminari

Per le ricevitorie lecita l’imposta unica sui concorsi

Con la sentenza 27, emessa il 23 gennaio e depositata il 14 febbraio 2018, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale parziale della norma secondo la quale, nelle annualità d’imposta precedenti al 2011, sono assoggettate all’imposta unica sui concorsi pronostici e scommesse le ricevitorie operanti per conto di soggetti privi di concessione in Italia (articolo 3, dlgs 504/1998 e articolo 1, comma 66, lett.b, della legge di Stabilità 2011).

Ha dichiarato, invece, l’infondatezza delle ulteriori questioni sollevate con riferimento agli articoli 3 e 53 della Costituzione delle medesime norme sopra richiamate, nella parte in cui prevedono che, nelle annualità d’imposta successive al 2011, siano assoggettate alla imposta unica sui concorsi e pronostici le predette ricevitorie, i cosiddetti Ctd, che gestiscono con qualunque mezzo anche telematico, per conto proprio o di terzi situati all’estero, concorsi pronostici o scommesse di qualsiasi genere.

Inoltre, ha dichiarato inammissibile l’ulteriore questione di legittimità costituzionale sollevata con riguardo all’articolo 4, comma 1, del dlgs 504/98, in riferimento agli articoli 3 e 53 della Costituzione.

La Commissione tributaria provinciale di Rieti con quattro ordinanze del 17 dicembre 2015 (pubblicate in Guri, n. 13 – 1^ serie speciale – anno 2016) sui centri di trasmissione collegati all’operatore Stanleybet Malta Ltd, aveva sollevato, in riferimento agli articoli 3 e 53 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale degli articoli 3 e 4, comma 1, lettera b), numero 3), del dlgs 504/98, e dell’articolo 1, comma 66, lettera b, della legge di Stabilità 2011, nella parte in cui, secondo il diritto vivente, prevedono che soggetti passivi dell’imposta unica sui concorsi pronostici e sulle scommesse siano anche le ricevitorie operanti come centri di trasmissione dati (Ctd) per conto di bookmakers privi di concessione, ma che possano lecitamente raccogliere scommesse sul territorio nazionale. Viene rimosso ogni dubbio sull’assoggettamento all’imposta dei bookmakers con sede all’estero, sforniti di titolo concessorio in Italia e della rete delle ricevitorie di cui essi si avvalgono in Italia.

Con immediatezza, e nuova censura rispetto alle tecniche redazionali delle ordinanze di rimessione, la Corte ha dichiarato inammissibile la questione sollevata con riguardo all’articolo 4 del dlgs. 504/98, citato, non rinvenendo nessun accenno sulla rilevanza della predetta norma rispetto ai giudizi a quibus, né circa le ipotetiche ragioni di contrasto con i parametri costituzionali evocati. Da ciò, l’inammissibilità per carenza di autosufficienza dell'ordinanza di rimessione (sentenze 251, 250, 35 e 29 del 2017; 214 e 96 del 2016).

D’altra parte, con riguardo alle ulteriori norme censurate, il remittente ha fornito gli elementi necessari e sufficienti per ricostruire la fattispecie sottoposta al suo esame, in particolare, l’attività svolta dalle stesse parti e integrante il presupposto impositivo. Esse, sulla base di un contratto di ricevitoria con il bookmaker estero, gestiscono un centro di raccolta delle scommesse. Le stesse ricevitorie provvedono, quindi, a trasmettere le scommesse raccolte a Stanleybet – nel caso di specie – e a pagare l’eventuale vincita.

Così delineata la fattispecie concreta e confermatane la piena rilevanza, la Corte perviene alla conferma che le questioni di legittimità costituzionale dell’articolo 3 del dlgs 504/98 e dell’articolo 1 , comma 66, della legge di stabilità 2011, sono fondate, limitatamente alla parte in cui essi si applicano alle annualità d’imposta precedenti al 2011.

Come chiarito dalla sentenza in esame, l’articolo 3, citato, sin dalla sua originaria formulazione individua i soggetti passivi della stessa imposta in «coloro i quali gestiscono, anche in concessione, i concorsi pronostici e le scommesse». In linea di continuità con l’impostazione segnata dalla definizione di gestore contenuta in una norma del 1951 (precisamente dpr 581 / 51 – art. 23), la norma scrutinata àncora all’esercizio dell’attività di gestione l’ambito soggettivo di applicazione dell’imposta unica sulle scommesse.

Con la norma interpretativa dell’articolo 1, comma 66, lettera b), della legge di stabilità 2011, il legislatore ha esplicitato una possibile variante di senso della disposizione interpretata, ribadendo, da un lato, che l’imposta è dovuta anche nel caso di scommesse raccolte al di fuori del sistema concessorio e stabilendo che il generale concetto di “gestione” include anche l’attività svolta «per conto di terzi», compresi i bookmakers con sede all’estero e privi di concessione, secondo un’equiparazione, a fini tributari, del «gestore per conto terzi» (il titolare di ricevitoria operante per bookmaker sfornito di concessione) al «gestore per conto proprio» (il bookmaker), che, ad avviso della Consulta, non risulta né irragionevole, né incongruo o sproporzionato rispetto alla finalità perseguite dal legislatore. Tale scelta corrisponde ad un’esigenza di effettività del principio di “lealtà fiscale” nel settore del gioco, allo scopo di evitare l’irragionevole esenzione per operatori posti fuori dal sistema concessorio, i quali sarebbero favoriti per il solo fatto di non aver ottenuto la necessaria concessione ovvero di operare per conto di chi ne sia privo. Per altro – osserva la Corte – la censura della parificazione tra ricevitorie e bookmakers concessionari non tiene conto della previsione della solidarietà passiva del soggetto per conto del quale l’attività è esercitata (cfr. articolo 1, comma 66, lettera b, delle legge 220/2010).

È fatto salvo anche il rispetto del principio di capacità contributiva, atteso che, come esposto in sentenza, «il rapporto tra il titolare della ricevitoria che agisce per conto di terzi ed il bookmaker è disciplinato da un contratto dal quale sono regolate le stesse commissioni dovute al titolare della ricevitoria per il servizio prestato. Attraverso la regolazione negoziale delle commissioni, il titolare della ricevitoria ha la possibilità di trasferire il carico tributario sul bookmaker per conto del quale opera ».

In estrema sintesi, la promozione della tassazione in discussione è piena, fatta salva l’irretroattività della imposta, che non può applicarsi a rapporti negoziali già perfezionatisi prima della sua entrata in vigore (2011), quando l’entità delle commissioni pattuite fra ricevitore e bookmaker si era già cristallizzata sulla base del quadro regolatorio, anche sotto il profilo tributario, precedente alla legge n. 220 del 2010.

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