Norme & Tributi

L’imposta che scotta ora esige un restyling

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L'Editoriale|giungla Iva

L’imposta che scotta ora esige un restyling

Le promesse elettorali dei partiti usciti vincitori dal voto del 4 marzo dovranno presto fare i conti con la realtà. Lo scenario politico resta fluido, ma prima o poi qualcuno sarà chiamato a onorare i propri impegni.

In mezzo a tante incertezze e di fronte a proposte così diverse per natura, approccio e impatto sulla finanza pubblica – si partirà dal reddito di cittadinanza oppure dalla flat tax? – è confortante scorgere almeno uno spiraglio unificante: lo stop alle clausole di salvaguardia, senza il quale nel 2019 scatterebbeun primo aumento delle aliquote Iva destinato a gravare sui consumi per 12,5 miliardi di euro. Che salirebbero a oltre 19 miliardi all’anno nel biennio ’20-21, inclusi 350 milioni di accise sulle benzine.

Questo meccanismo è automatico, già previsto dalla legislazione vigente e pronto a scattare tre volte dal 2019 al 2021. Le forze politiche si muoveranno per indicare nel Def, atteso entro metà-fine aprile, la volontà di evitare, con la legge di Bilancio 2019, ogni aumento del prelievo (tralasciamo l'eventualità che poi non si riesca formare un governo). Un messaggio per Bruxelles. Ma anche una scelta comprensibile. Tanto per ragioni oggettive, in quanto un aumento dell'imposta sui consumi rischierebbe di ostacolare la tendenza al consolidamento dell'economia. Quanto per ragioni di consenso: quale governo – di qualunque colore – potrebbe oggi chiedere ai cittadini-elettori 12,5 miliardi di nuove tasse? Certo, scontato ribadirlo, ma la situazione è complicata dal fatto che forze politiche che hanno vinto le elezioni, quando riusciranno a fare il governo, dovranno anche affrontare il problema di reperire le risorse necessarie per attuare i loro impegnativi programmi.

Che fare? Guardiamo alla realtà. Solo negli ultimi due anni l'Italia ha beneficiato di 30 miliardi di flessibilità rispetto ai parametri europei, per l'impegno sulle riforme, per gli investimenti, per i flussi migratori. Il nuovo governo potrà legittimamente chiedere e sperare di ottenere nuova flessibilità, ma sappiamo che non sarà facile anche perché si attende ancora il giudizio di Bruxelles sulla manovra 2018, dove incombe il rischio di una richiesta di correzione (ovvero, manovrina). Allora, forse è giusto auspicare che il nuovo governo abbia la lungimiranza di un intervento strutturale, che superi definitivamente questo perverso meccanismo.Facile a dirsi. Certo, si può fare la spending review, ci sono le tax expenditures da limare. Tutto bene, ma servirà una notevole forza politica per superare gli ostacoli (e le lobby) che finora hanno impedito di fare una cosa e l'altra. Sulla spesa, per esempio, è vero che nel periodo 2014-2018, con i governi Renzi e Gentiloni, sono stati effettuati risparmi per circa 35 miliardi, ma servirebbe fare molto di più.Per le spese fiscali, sono pure note le difficoltà di un “taglio” generalizzato a detrazioni e bonus. Si potrebbe partire dalle indicazioni fornite da Mauro Marè, presidente della commissione per le spese fiscali, che ha individuato spazi di intervento per arrivare a 5-6 miliardi. Sarebbe un passo. Aumenterebbero le tasse, è vero. Ma la stessa cosa accadrebbe se si lasciassero scattare le aliquote Iva.

Ecco, l'Iva. Perché non provare a ragionare proprio sull'Iva? Sulle debolezze dell'imposta, su quell'interminabile elenco di regimi speciali, esenzioni, esclusioni che la caratterizzano (siamo sempre in terreno di tax expenditures: il rapporto Vieri Ceriani sull'erosione fiscale contava ben 117 misure di favore nel campo dell'Iva). Ci sono i tempi per farlo.Perché, con un po' di coraggio, non si prova a parlare anche di aliquote, che – non scordiamolo – in barba a ogni previsione europea sono quattro (4, 5, 10 e 22%) e dove la logica si è forse un po' smarrita: esisteranno certamente valide ragioni, ma resta un mistero capire perché l'origano possa avere aliquota del 5% e invece la maggiorana debba stare al 22.E ancora: l'Iva è l'imposta più evasa, siamo intorno ai 35 miliardi, ed è anche quella che “genera” gran parte dell'evasione sui redditi. Perché, allora, non provare – pur nel quadro di un'imposta “comunitaria” – a rendere l'imposta più efficiente, come ha scritto Alessandro Santoro su lavoce.info, e recuperare almeno una parte di quell'enorme tax gap?Più in generale, un riordino dell'Iva potrebbe offrire l'occasione per riequilibrare il carico tributario tra imposte dirette e indirette (non possiamo ignorare che il nostro paese è ancora al vertice della classifica europea per la tassazione dei redditi da lavoro ed è invece nelle posizioni di coda per quella sui consumi). È una direzione da intraprendere con più coraggio perché è evidente, al di là di ogni considerazione, che in questi anni il peso di tributi e contributi abbia penalizzato in modo eccessivo proprio i fattori produttivi, quelli che invece dovremmo liberare.

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