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Quanto pesa il rischio di aumento dell’Iva sulla spesa delle famiglie

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CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA

Quanto pesa il rischio di aumento dell’Iva sulla spesa delle famiglie

(Marka)
(Marka)

L’aumento automatico dell’Iva potrebbe costare, in media, 317 euro in più alle famiglie italiane nel 2019. Con un carico più pesante sui single e sulle coppie senza figli e – a livello territoriale – sui residenti nelle regioni del Nord e del Centro. È anche partendo da questi dati che si può spiegare perché tutte le forze politiche, in questo primo scorcio di legislatura, stanno confermando la volontà di neutralizzare la clausola di salvaguardia prevista dall’ultima legge di Bilancio.

La simulazione – effettuata dal Sole 24 Ore del lunedì – parte dalle rilevazioni dell’Istat sulla spesa delle famiglie e considera l’impatto del doppio incremento programmato dal prossimo 1° gennaio: dal 10 all’11,5% per l’aliquota intermedia e dal 22 al 24,2% per quella ordinaria. In pratica, si salverebbero solo le aliquote più basse, quella al 5% (di impatto marginale) e quella al 4%, che si applica per lo più su alimentari di prima necessità: pane, pasta, latte e formaggi, frutta e verdura fresca.

LE CIFRE IN GIOCO
Una simulazione dell'aumento dell'Iva previsto dal 1° gennaio 2019. Le aliquote maggiorate (dal 10 al 10,5% e dal 22 al 22,4%) sono state applicate alla spesa media censita dall'Istat, tenendo conto della diversa composizione del paniere dei consumi a livello territoriale e per tipologia di famiglia. I calcoli sono effettuati ipotizzando parità di consumi e senza considerare l'eventuale inflazione, né l'impatto degli affitti figurativi rilevati dall'Istat (Fonte: elaborazione su dati Istat, Siae, Federfarma)

La mappa degli effetti
Su base regionale, il rincaro sarebbe più pesante dove ci sono redditi e consumi più alti: dai 411 euro all’anno in Lombardia ai 221 della Calabria. Misurare l’incidenza degli aumenti sul totale dei consumi, però, svela qualche sorpresa: in termini relativi, le famiglie di Campania e Sicilia pagherebbero meno di quelle calabresi (l’1,32% in più contro l’1,35%). Anzi, in Calabria l’aumento dell’Iva si sentirebbe persino più che in Piemonte (1,34%).

All’altro capo della graduatoria, tra le zone più colpite dai rincari, per prima ci sarebbe la Lombardia (1,41%), seguita dall’Emilia Romagna (1,39%) e da Trentino Alto Adige, Veneto e Toscana (tutte e tre all’1,38%, sia pure con incrementi che vanno da 400 a 335 euro).

Sono differenze che derivano dalla composizione del “paniere” dei consumi su base territoriale. Ma anche la struttura familiare si riflette sul risultato. A complicare lo scenario c’è poi il coinvolgimento dell’Iva al 10%, rimasta invariata nei due aumenti precedenti, che si applica su molti beni alimentari (dalle uova alla carne, dai dolci ai condimenti), oltre che sui consumi per la casa (elettricità, gas e manutenzioni), sui servizi alberghieri e sulla ristorazione.

Single e pensionati
Si scopre così che il costo più elevato, in termini relativi, sarebbe pagato dalle coppie giovani senza figli e dai single fino ai 64 anni, probabilmente perché non possono dividere i “costi fissi” e tendono a mangiare più spesso fuori casa. Gli over 65, invece, sarebbero quelli meno toccati da un aumento, e vale sia per le persone sole, sia per le coppie di anziani; risultato derivante, almeno in parte, dalla maggiore incidenza delle spese sanitarie, in larga parte esenti da Iva o con aliquota al 4%, come gli occhiali. Proprio questo aspetto può spiegare perché la Liguria, ad alta densità di pensionati, sia destinata a sentire così poco i rincari.

L’importo più elevato in valore assoluto, invece, lo pagherebbero le coppie con due figli (439 euro), anche se quelle con tre o più bambini riuscirebbero a sfruttare un minimo di economie di scala. Comunque, è un aspetto che non dovrebbe essere sottovalutato dalle forze politiche che vogliono rilanciare la natalità.

Sorprende poco, infine, il fatto che le famiglie con immigrati e disoccupati siano destinate a pagare meno delle altre il possibile rincaro dell’Iva. Dipende dal reddito (e dai consumi) molto bassi.

Verso il varo del Def
Al di là della partita sulle coperture da trovare (si veda anche l’articolo in pagina), resta da considerare l’effetto sulla domanda interna di un eventuale aumento dell’Iva. Con il rischio di indebolire la ripresa economica, che seppur con tassi non elevatissimi, è tuttora in corso. La campagna elettorale è stata dominata dalle promesse di ridurre le imposte sui redditi o, come nel caso del centro-destra, di introdurre la flat tax.

Ora, però, si impone un ragionamento su come rivedere complessivamente il paniere del prelievo fiscale. Anche perché la questione Iva è quella veramente immediata e il primo test è atteso con il Def, che il Governo in carica dovrà presentare entro il 10 aprile e poi inviare a Bruxelles. Scegliere una o l’altra opzione - anche a parità di gettito- non è neutrale per i contribuenti, come dimostra la distribuzione di eventuali rincari dell’Iva o interventi sull’Irpef.

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