Norme & Tributi

Contro il buon senso la non impugnabilità degli interpelli

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L'Analisi|FISCO E COSTITUZIONE

Contro il buon senso la non impugnabilità degli interpelli

Con legge 413/1991 è stato costituito l’interpello relativamente a talune fattispecie potenzialmente elusive. Si tratta del potere di rivolgersi all’amministrazione perché essa dichiari la propria interpretazione di una determinata legge ritenuta incerta dal contribuente.

Un’interessante giurisprudenza della Cassazione (da ultimo 25498/ 2017) ha affrontato il problema dell’impugnabilità delle risposte agli interpelli, soffermandosi sulla retroattività della disciplina degli interpelli (articolo 6 del Dlgs 156/2015). Ma l’esame dell’articolo 6, per gli effetti che produce, può essere censurato radicalmente per incostituzionalità (articoli 3, 24, 111). La norma vieta l’impugnazione delle risposte alle istanze, fatta eccezione per le risposte agli interpelli antielusivi all’articolo 11, comma 2, dello Statuto del contribuente, ma aggiunge che avverso quelle risposte può essere proposto ricorso unitamente all’atto impositivo. La norma, nel riordinare la disciplina degli interpelli, esclude per tutte le categorie di interpello l’accesso diretto al contenzioso e non prevede l’impugnabilità neanche insieme al ricorso contro l’avviso di accertamento successivo.

La tesi dell’amministrazione secondo la quale le risposte all’interpello non sarebbero impugnabili è illogica. Non si capisce perché l’amministrazione debba dare un’interpretazione secondo la quale la risposta all’interpello non sia impugnabile sicché il contribuente, pur interessato a confutare la tesi dell’amministrazione, debba aspettare la notificazione di un atto di accertamento per far valere le sue ragioni.

La tesi che nega l’impugnabilità tocca problemi di tempo che è rilevante: non si capisce perché il contribuente debba aspettare quando può ottenere la certezza della sua condizione. Il problema dell’impugnabilità è posto dall’articolo 6 del Dlgs 156/2015 che ha cancellato le norme che prevedono l’impugnabilità.

Si può ritenere non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 6 del Dlgs 156/2015 per violazione dell’articolo 3 della Costituzione apparendo la norma in contrasto con il principio di ragionevolezza e in contraddizione con il principio di difesa (articoli 3, 24 e 111 della Costituzione). È evidente che la compressione del diritto di difesa è posta nell’articolo 6 nell’interesse fiscale. Ma non esiste nessuna ragione per la quale l’interesse fiscale possa prevalere sui diritti costituzionali. L’interesse fiscale, dal punto di vista costituzionale, esige una regolare e sollecita riscossione. Quando il diritto tributario introduce delle deroghe ai principi e alle regole del diritto comune, tali deroghe non violano il principio di eguaglianza (articolo 3 della Costituzione) se perseguono correttamente l’interesse fiscale, sono cioè funzionali alla regolare riscossione, salvo il rispetto del principio di capacità contributiva. L’articolo 6 contiene una prevaricazione irragionevole e pertanto è costituzionalmente illegittimo.

Secondo la costante giurisprudenza della Consulta, l’articolo 3 della Costituzione non esclude che il legislatore possa assumere disposizioni che modifichino in senso sfavorevole agli interessati, la disciplina dei rapporti giuridici – anche se l’oggetto di questi sia costituito da diritti soggettivi perfetti -, ma esige che ciò avvenga alla condizione che tali disposizioni non trasmodino in un regolamento irrazionale, frustrando, con riguardo a condizioni sostanziali sulle leggi precedenti, l’affidamento dei cittadini nella sicurezza giuridica (56/2015 – 302/2010 – 236 e 206/2009).

L’articolo 6 del Dlgs 156/2015 è incostituzionale per violazione degli articoli 3, 24, 111: la questione di costituzionalità è rilevante.

Se l’interpello fosse non impugnabile per sua natura, non ci sarebbe stato bisogno di un’espressa disposizione di legge che ne preveda la non impugnabilità. La previsione di una norma che preveda l’impugnabilità non ha senso. Non ha senso un atto dell’amministrazione che abbia natura consultiva. Quanto meno l’atto per il suo contenuto materiale è una imposizione che incide nella sfera giuridica del contribuente.

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