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Lo scrittore Gianrico Carofiglio: troppa oscurità nel nome della legge

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INTERVISTA

Lo scrittore Gianrico Carofiglio: troppa oscurità nel nome della legge

Dall’antimafia alla comunicazione. Gianrico Carofiglio, 56 anni, ex magistrato e  oggi scrittore
Dall’antimafia alla comunicazione. Gianrico Carofiglio, 56 anni, ex magistrato e oggi scrittore

«Se dico “escussione”, lei a cosa pensa? Forse al motivo per cui non ho utilizzato una parola più chiara che nell’italiano comune esiste ed è “interrogatorio”». Morettianamente: parlare bene è innanzitutto pensare bene. Una regola che vale per tutti, ma soprattutto per gli avvocati, i magistrati e i notai, amministratori di giustizia. Ecco il metodo di Gianrico Carofiglio, scrittore e in tempi meno recenti magistrato con trascorsi antimafia.
Abbandonata la toga, Carofiglio tiene da anni seminari su e giù per lo Stivale con la “missione” di spiegare ai professionisti del diritto, ma anche a quelli delle imprese e della pubblica amministrazione, come si usa il linguaggio scritto e parlato sotto il segno della semplificazione.

«Con parole precise», come recita il titolo del suo ultimo saggio (Laterza, 2015), un breviario di scrittura civile. È qui che il padre dell’avvocato Guerrieri ha elaborato il suo metodo anti-oscurantista ed è qui che si smonta pezzo per pezzo l’idea che il linguaggio giuridico debba per forza essere per pochi.

Da tecnico del diritto qual è, Carofiglio spiega subito che non sempre e in ogni caso la “traduzione” è possibile, perché «ci sono questioni e concetti non semplificabili al di sotto di un certo livello». Ma la maggior parte delle volte si può e anzi si deve usare l’italiano comune. Lo scrittore, venerdì 18 maggio a Milano, è stato invitato a parlare a giuristi e business community riuniti a Palazzo Mezzanotte da Asla, l’associazione degli studi legali associati, per il convegno «Diritto al futuro. The next generation of lawyers».

«L’obiettivo - racconta - è di eliminare il grande vizio delle lingue tecniche, cioè l’oscurità non necessaria che normalmente è la caratteristica del gergo. Al contrario, la chiarezza in sé è uno strumento fortemente persuasivo, perché comunica l’idea di essere consapevoli di cosa si sta dicendo, l’idea di onestà, l’idea che non si sta imbrogliando». Il primo nemico da combattere è quindi «il ricorso agli pseudo-tecnicismi, parole che hanno un’apparenza tecnica, ma che invece aderiscono perfettamente a un sinonimo nella lingua comune».

L’esempio calzante è quello proposto all’inizio del colloquio, ma ce ne sarebbero molti altri. «Escussione - scatta Carofiglio - è il tipico tecnicismo che ha in interrogatorio la sua perfetta alternativa comprensibile da tutti».

Ma allora perché lo slang giuridico è così diffuso, a tutti i livelli, alti e bassi, e a tutte le latitudini anche generazionali? «Ci sono - spiega - tre ordini di ragioni del parlare e dello scrivere oscuro dei giuristi: la prima è legata a un codice identitario che si produce nel parlare e scrivere una lingua che è solo apparentemente l’italiano. La seconda è il narcisismo perché troppo spesso l’uso di parole pompose, poco comuni, mira a un’esibizione dell’ego». E quindi «se io uso parole che non capisce e non conosce quasi nessuno, e ovviamente che non indispensabili, sto sostanzialmente anche se inconsapevolmente mandando un messaggio al mondo: “Io sono meglio di voi”».

E la terza? «È connessa alle altre due in modo indissolubile, e risponde al nome di potere. Se io parlo in una lingua che capiscono soltanto gli addetti ai lavori uso le parole come strumento di esclusione e dunque di potere». Il percorso non è semplice perché implica uno scardinamento profondo di una cultura e del suo codice, implica una rivoluzione e la cessione, appunto, di potere e narcisismo. La posta in gioco, spiega Carofiglio, è kantianamente alta, altissima. Uno «scopo etico» che reclama centralità nel discorso giuridico: «La lingua del diritto - puntualizza - deve tornare a essere una lingua democratica, il più possibile comprensibile in un ordinamento in cui le sentenze vengono emesse in nome del popolo italiano e devono essere motivate». Motivarle in modo che non si capiscano equivale a tradire il sistema democratico e la sua universalità. E poi c’è la questione dell’efficacia. Parlare una lingua del diritto “rispettosa” dell’altro ha molto a che fare con la buona riuscita di una negoziazione. «Lo strumento più potente per negoziare con efficacia - conclude Carofiglio - è la capacità di stare zitti e ascoltare le parole degli altri». Si chiama «ascolto attivo» e, insieme alla consapevolezza della lingua, rappresenta l’ingrediente principale del metodo di negoziazione.

La rottura degli schemi per le platee affollate da giuristi ha effetti, racconta Carofiglio, quasi catartici. «Quando tengo questi corsi, mi accorgo che le persone a un certo punto si sentono come se venissero liberate da un sortilegio». E insomma tutto ruota attorno alla consapevolezza: «Consapevolezza e metodo - conclude - si identificano».

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