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Tfr, meglio un po’ ogni mese in busta paga o tutto a fine…

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bilancio di un triennio

Tfr, meglio un po’ ogni mese in busta paga o tutto a fine rapporto? Solo l’1,3% lo vuole prima

Cala il sipario sull’operazione Tfr in busta paga e il bilancio è magro. Nei tre anni di sperimentazione che si chiudono a fine giugno i dipendenti privati che hanno chiesto la liquidazione maturanda insieme con lo stipendio (la cosiddetta quota integrativa della retribuzione; Quir) sono stati al massimo poco più di 217mila, picco toccato nel mese di febbraio 2018. Un numero in sè significativo e che la dice lunga sulle difficoltà economiche che molti lavoratori hanno dovuto affrontare negli anni della crisi ma pur sempre pari all’1,3% di una platea potenziale di circa 15 milioni di dipendenti.

I dati forniti dall’Inps al Sole 24 Ore dicono anche che l’utilizzo di questa opzione, disponibile dalla primavera del 2015, ha visto un crescendo nel corso del tempo: dalle 110mila adesioni a inizio 2016 si è arrivati a superare quota 200mila nel giugno dell’anno scorso, a fronte di un importo liquidato nel singolo mese che da 15milioni di euro è arrivato quasi a raddoppiare.

Complessivamente dal 2016 ad aprile 2018 sono oltre 657 i milioni di euro che sono stati incassati immediatamente, mentre i singoli lavoratori che hanno fruito della Quir per almeno un mese tra il 2016 e il 2018 sono stati 387.524.

Altro dato interessante è relativo alla destinazione del Tfr maturando prima della sperimentazione: nel 71,5% dei casi i lavoratori che hanno optato per avere questa integrazione in busta avevano deciso di accantonare il Tfr in azienda, il 18,1% al fondo di tesoreria Inps (dove va il Tfr maturando di chi lavora in un’azienda con più di 50 dipendenti e decide di mantenervi la liquidazione come prevede il Codice civile) e solo il 6% lo aveva destinato alla previdenza complementare.

IL TREND
Nota: i rendimenti sono al netto dei costi di gestione e dell'imposta sostitutiva per tutte le forme pensionistiche; anche per il Tfr la rivalutazione è al netto della sostitutiva. I rendimenti dei Pip sono stati nettizzati sulla base dell'aliquota fiscale per tempo vigente, secondo la metodologia di calcolo standard Covip. Fonte: Covip, Relazione per il 2017

Diverse ragioni spiegano il fallimento di questa opzione, lanciata dal governo Renzi con la legge di Bilancio 2015 dopo il famoso bonus da 80 euro con l’intento di rafforzare il potere di acquisto dei lavoratori. La maggior parte degli osservatori disse, al debutto della Quir nel giugno 2015, che era fiscalmente poco conveniente. Il Tfr girato in busta è stato tassato con l’aliquota Irpef ordinaria (più addizionali regionali e comunali), meno favorevole rispetto all’imposta sostitutiva sulle prestazioni di previdenza complementare o la tassazione separata sul Tfr pagato dall’azienda a fine contratto. Nella Relazione Covip di quell’anno venne persino quantificata la perdita: un lavoratore tipo con un reddito da 30mila euro, optando per il Tfr in busta nel triennio ’15-’18, avrebbe subito un prelievo di circa 2.100 euro, più elevato di quasi 600 euro rispetto all’ipotesi di chiedere un anticipo del Tfr lasciato in azienda e di 700 euro rispetto a un’anticipazione sul montante cumulato sul fondo pensione.

Altri hanno puntato il dito sulla scarsa informazione pubblica sulla sperimentazione: non si è detto abbastanza - è stato sostenuto - che il Tfr in busta non veniva computato come reddito complessivo ai fini del bonus da 80 euro. Un’iniziativa, quest’ultima, a carico delle finanze dello Stato con una spesa di 9 miliardi di euro all’anno. La verità è probabilmente un’altra: il Tfr in azienda rientra a pieno titolo in una delle grandi tradizioni nazionali. Dieci anni dopo la riforma gli italiani non hanno cambiato idea sull’uso della liquidazione. Su un flusso complessivo di 25,6 miliardi nel 2017, il 55% (14 miliardi) è rimasto accantonato in azienda, un quinto è stato versato ai fondi pensione e il resto girato al fondo di Tesoreria Inps. Il confronto tra questa ripartizione e quella dei beneficiari della Quir consente di dire che il Tfr in busta paga è stato chiesto in misura proporzionale più dai dipendenti delle piccole e medie aziende rispetto a quelli delle grandi e molto meno da chi lo aveva destinato alla previdenza complementare.

Una tradizione che resta solida nonostante l’evidenza dei rendimenti perduti: tra il 2008 e il 2017, un periodo di notevoli turbolenze finanziarie, il rendimento netto medio annuo composto dei fondi pensione negoziali è stato del 3,3%, quello dei fondi aperti del 3%; nei piani individuali pensionistici (Pip) si è attestato al 2,8% per le gestioni di ramo I e al 2,2% per quelle di ramo III. La rivalutazione del Tfr è stata del 2,1 per cento. Evidentemente l’avversione al rischio, anche sul lungo periodo del risparmio previdenziale, vince ancora.

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