Norme & Tributi

Il ruolo di giudici comuni e Corti internazionali

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La progressiva diminuzione delle questioni portate all’esame della Corte costituzionale è un fenomeno noto e studiato da anni. Tuttavia, i dati che emergono nella relazione annuale della Corte per il 2017 mostrano un’accelerazione di questa tendenza. Infatti, lo scorso anno sono pervenuti alla Corte solo poco più di 300 casi, assai meno che in passato. Ciò ha consentito di diminuire l’arretrato, con evidenti vantaggi per i tempi dei giudizi, ma se tale andamento proseguisse con questi ritmi, la Corte potrebbe trovarsi quasi disoccupata.

Alla decrescita delle questioni sollevate corrisponde evidentemente un calo delle decisioni, che negli ultimi anni sono state mediamente meno di 300, rispetto alle 450-500 di due decenni fa.

Tra esse, prevalgono nettamente le sentenze (circa due terzi del totale) mentre sino a un quindicennio fa il rapporto era rovesciato e dominavano le ordinanze, ove la Corte non entra nel merito. Ciò potrebbe far ipotizzare una accresciuta attenzione dei giudici ai requisiti per accedere al giudizio di costituzionalità e, al contempo, una minore severità della Corte stessa.

Registrato che vi è un calo, proviamo a comprenderne i motivi. Sicuramente vi è il ruolo sempre più protagonista dei giudici comuni. Essi, infatti, ormai da decenni, prima di sollevare una questione hanno l’obbligo di interpretare le leggi in conformità con la Costituzione. In tal modo, i giudici si sono sempre più appropriati della Costituzione, contribuendo a diffondere la cultura della Carta fuori dalle mura del Palazzo della Consulta.

L’obbligo di interpretazione conforme ha peraltro ristretto le vie di accesso alla Corte. E non è un caso che, proprio negli ultimissimi tempi, la Corte stessa stia tornando sui suoi passi riguardo a tale principio, per recuperare una centralità in parte perduta e per garantire l’uniformità nell’interpretazione della Carta rispetto a letture spesso eterodosse dei giudici comuni.

A ciò si unisce la riduzione del contenzioso tra Stato e Regioni (per quanto l’anno scorso si sia registrato un aumento), dopo un decennio nel quale aveva raggiunto dimensioni inaudite. In questo caso, il calo discende dal consolidamento della giurisprudenza relativa alla riforma costituzionale del 2001, che ha spinto le Regioni a limitare le proprie “obiezioni” nei confronti delle leggi statali. Forse, poi, l’omogeneità tra Governo di centrosinistra e maggioranza delle Regioni ha per lungo tempo consentito di risolvere i conflitti in sede prettamente politica.

Il processo di inaridimento delle fonti di accesso alla Corte non è avvenuto solo per ragioni interne. La “concorrenza” delle corti sovranazionali ha infatti inciso non poco: ad esempio, nei casi di violazioni di diritti fondamentali il sistema Cedu ha reso la Corte di Strasburgo quasi una alternativa ai giudici costituzionali.

Vi è poi un ulteriore motivo, meno studiato ma non meno rilevante, discendente dal fenomeno noto come “fuga dalla legge”. Il numero delle leggi approvate dalle Camere è drasticamente in discesa e così anche quello degli altri atti statali sottoponibili al controllo della Corte (decreti legge e decreti legislativi); ad esempio, si è passati dal migliaio di leggi approvate nella X legislatura a poco più di 350 dell’ultima. Sono invece cresciute di rilevanza le fonti secondarie, sottratte alla giurisdizione costituzionale.

Nel complesso, dunque, non pare esservi un calo dell’autorevolezza e del ruolo complessivo della Corte nel sistema. Semmai, sembrano agire fattori concomitanti che hanno in parte prosciugato gli affluenti che alimentano il fiume della giustizia costituzionale.

Questa non è in sé una cattiva notizia: una minor quantità di casi può significare questioni più serie e sentenze ancor più meditate. Ciò che davvero importa è che non vi siano vere e proprie ostruzioni all’accesso e che ogni fondamentale questione relativa al rispetto della Costituzione possa giungere all’istituzione deputata più di ogni altra a garantire il rispetto della Carta fondamentale.

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