Norme & Tributi

Corsa mondiale al taglio delle tasse sulle imprese

  • Abbonati
  • Accedi
Le imposte sulle attività produttive

Corsa mondiale al taglio delle tasse sulle imprese

Una reazione a catena. A livello mondiale le più grandi economie si stanno dando battaglia sul taglio delle aliquote per le imposte sulle attività produttive. L’epicentro è la riforma Trump che è intervenuta sensibilmente a ridurre il carico sulle imprese Usa (dal % al 21% applicato a partire dal 2018) e che punta anche ad avere un effetto dissuasivo sulle delocalizzazioni e premiante verso chi produce nei confini ed esporta all’estero. Ma con un contraccolpo da non sottovalutare sugli accordi bilaterali o multilaterali sulla tassazione. Le soluzioni adottate, infatti, potrebbero anche generare conflitti rispetto ai trattati contro le doppie imposizioni e contrasti con le regole del Wto (World trade organization) oltre che doppie imposizioni. Allo stesso tempo altri Stati potrebbero seguire la stessa strada sfruttando il vuoto di soluzioni condivise per allocare i profitti tra più giurisdizioni.

IL «DUELLO» A COLPI DI ALIQUOTE

Gli effetti «collaterali»

Il sistema statunitense (di cui si è ampiamente discusso nell’ultimo congresso mondiale dei fiscalisti Ifa a Seul di inizio settembre) ha abbandonato la tassazione degli utili distribuiti dalle controllate estere alle controllanti made in Usa introducendo, contestualmente, la participation exemption, cioè l’esenzione dei dividendi provenienti da società partecipate estere. Inoltre la riforma Trump ha sparigliato le carte, prevedendo tre istituti sconosciuti agli altri Paesi.

1.Il primo è il global intangible low taxed income (Gilti): si tratta di una sorta di regola Cfc (il regime fiscale per le società controllate estere) che comporta l’assoggettamento negli Usa a un’aliquota non inferiore al 10,5% (13,125% dal 2026), dei redditi prodotti all’estero da controllate di società americane che superano un valore pari al 10% degli investimenti in immobilizzazioni effettuati dalle controllate.

2.Altra novità assoluta è rappresentata dalla base erosion and anti-abuse tax (Beat): in pratica è una minimum tax applicabile ai gruppi multinazionali con fatturato negli Usa di almeno 500 milioni di dollari. L’imposta dovuta da questi soggetti non può essere inferiore al 10% (12,5% dal 2026) di una base imponibile modificata, più ampia di quella “normale” e calcolata senza tenere conto dei costi connessi a transazioni intragruppo. Gli unici costi deducibili rimangono quelli per acquisto di beni. In sostanza, non si consente più la deducibilità di interessi e royalties pagati a società del gruppo residenti all’estero.

3.Infine, per incentivare le imprese a riportare le produzioni nei confini federali, la riforma Trump introduce la foreign derived intangible income (Fdii), che riduce al 13,125% (16,406% dal 2026) il prelievo sui profitti derivanti dall’esportazione di beni e servizi.

Cosa succede in Europa

Del resto, è sempre forte e diffusa l’idea di agire sulla leva fiscale (anche) relativa ai redditi d’impresa come motore di competitività e di attrattività. Nell’Unione europea, che ancora deve arrivare a un approdo definitivo su un concetto di base imponibile comune (si veda «Il Sole 24 Ore» del 18 marzo scorso), gli Stati membri continuano a muoversi sul terreno del tax rate nominale. È il caso dell’Olanda in cui mercoledì il Parlamento voterà la proposta del Governo di cancellare il prelievo sui dividendi e in cui sempre l’Esecutivo intende abbassare la tassazione sulle società. Anche la Francia con legge di Bilancio 2018 ha programmato una graduale riduzione dell’aliquota dell’imposta sui redditi delle società (Is), che era ferma al 33,3% dal 1993. Si parte con un sistema duale per il 2018 e per il 2019 (con prima aliquota al 28% fino a 500mila euro e seconda aliquota rispettivamente al 33,3% e poi al 31% oltre tale importo) per poi arrivare già a una sola aliquota del 28% nel 2020 destinata a scendere al 25% nel 2022. E, in attesa che si sciolgano tutti i nodi legati alla vicenda Brexit, anche il Regno Unito ha avviato una drastica cura dimagrante della sua corporate tax. Dal 1° aprile 2017 l’aliquota standard è stata portata al 19% (una percentuale più elevata al 30% rimane nel settore petrolifero per profitti superiori a 300mila sterline) e dal 1° aprile 2020 scenderà al 18 per cento.

Nel giro del mondo del tax rate , oltre alla tassazione standard sono previste anche discipline speciali con prelievi di vantaggio. È quanto accade, tra l’altro, in Italia con il regime forfettario per le piccole partite Iva. Un regime che la prossima legge di Bilancio potrebbe ulteriormente estendere aumentando le soglie di ricavi e compensi. Va ricordato che in via “ordinaria” l’Italia ha l’Ires sulle società di capitali al 24% (l’Iri su ditte e società di persone in contabilità ordinaria si applica dal 2018 dopo il rinvio di un anno) ma anche l’Irap che è un’imposta su base regionale.

Pensioni, reddito di cittadinanza, flat tax: a che punto è il cantiere manovra

Molto spesso sono proprio le imposte locali a incidere in diversi Stati sull’allargamento della forbice con il total tax and contribution rate, ossia la “temperatura” del carico fiscale e contributivo complessivo sui profitti commerciali misurata ogni anno da Banca mondiale e Pwc.

© Riproduzione riservata