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Dossier Cellulare al volante, perchè chi lo usa resta impunito

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Dossier | N. 248 articoliDossier circolazione stradale

Cellulare al volante, perchè chi lo usa resta impunito

Che male c’è a sbirciare sullo schermo dello smartphone anche solo il nome di chi ci ha appena inviato un messaggio? Lo fanno tutti, che stiano facendo un giro dell’isolato in città o il giro d’Italia. Ma in città, anche a 30 all’ora, gli spazi sono talmente stretti da non lasciare scampo a chi è distratto. E in autostrada, pur senza superare i limiti, in caso di imprevisto iniziamo a frenare tanto tardi da farlo nello stesso punto di un altro guidatore tanto folle da andare sui 300 all’ora ma attento a guidare.

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Così in Italia la distrazione è diventata la prima causa di incidente, mentre dieci anni fa era la seconda: nel 2008 era all’origine del 15,57% dei sinistri, nel 2017 lo è stato del 16%, con 394 morti di cui ben 131 in città. Prima in testa c’era la mancata precedenza con una quota del 17,15%, ora scesa al 14,5%.

Certo, quella che nei dati Istat è «guida distratta o andamento indeciso» può essere dovuta anche a pubblicità invadenti, segnaletica fuorviante o altro. Ma il “sorpasso” è avvenuto proprio nel decennio in cui il telefonino è diventato smartphone; vorrà pur dire qualcosa. Dovrebbe anche allarmare i parlamentari, che infatti da qualche anno presentano proposte di legge per inasprire le sanzioni. Sono modifiche al Codice della strada semplici semplici. Ma non si arriva mai alla votazione decisiva. Per non perdere consensi, visto che il fenomeno dilaga?

Tempi e spazi
Perché lo smartphone avvicina i nostri rischi da guidatori normali a quelli di chi va a 300 all’ora? Anche solo per leggere un nome sullo schermo, ci servono circa tre secondi. Nei quali guidiamo come bendati, per un centinaio di metri: a 130 all’ora si fanno 36 metri al secondo. A 300 all’ora i metri al secondo diventano 83, ma è giocoforza restare concentrati, quindi il tempo di reazione resta intorno a un secondo. I rischi, poi, aumentano a dismisura quando si pretende di scrivere messaggi e post. E ci si può distrarre allo stesso modo manovrando i sofisticati e costosi impianti multimediali sempre più diffusi sulle auto. L’unica differenza è che lo smartphone è vietato, azionare i comandi di bordo no.

Sanzioni ferme
Inutile sperare nelle sanzioni. Pochi temono davvero una multa di 161 euro, anche se con decurtazione di cinque punti: la patente non viene sospesa, tranne che il trasgressore sia stato già colto al telefono nel biennio precedente.

Così occorre cambiare l’articolo 173 del Codice della strada per introdurre la sospensione già alla prima violazione. La Polizia stradale lo chiede dal 2016 almeno, tutti si mostrano d’accordo e gli annunci dei politici innescano fake news secondo cui la stretta sarebbe già legge. Invece si è trovato l’accordo per approvare subito solo l’obbligo di seggiolini antiabbandono per i bambini, cosa che affronta un fenomeno terribile ma che ha fatto “solo” otto vittime in dieci anni.

Controlli difficili, ricorsi «facili»
C’è poco timore delle sanzioni anche perché non è facile, per un agente a bordo strada, guardare nell’abitacolo tanto bene da accertare che il guidatore aveva in mano un cellulare. Si vede molto meglio affiancandolo in movimento, ma lui spesso se ne accorge e molla subito il telefonino.

Perciò si organizzano servizi con autocivetta, come quelli che il gestore dell’autostrada Brebemi (la distrazione uccide anche su strade moderne e scorrevoli) ha chiesto alla Stradale di intensificare, fornendo una vettura civile. Da agosto hanno iniziato le polizie locali di Milano e Verona (moto con due vigili a bordo), dopo tanti altri centri fra cui Padova, Firenze, Prato e Lecce.

In tutta Italia, la Polizia stradale ha organizzato anche operazioni «alto impatto», cioè con grandi dispiegamenti ben visibili, concentrati in alcuni momenti. I risultati sono riportati a sinistra.

Ma l’accertamento a vista dall’esterno incentiva i ricorsi. E la giurisprudenza è variegata (si veda l’articolo «Liti soprattutto sul mancato alt»).

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