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Il peso dell’incertezza sulla riforma delle pensioni

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Il peso dell’incertezza sulla riforma delle pensioni

A nove mesi dalle elezioni del 4 marzo e a più di sei dalla stesura del famoso contratto, il governo del cambiamento ha partorito molti annunci e poca policy. Dei tre capisaldi dell’accordo– flat tax, eliminazione della riforma Fornero e reddito di cittadinanza – sono state presentate molte versioni, ma poco è stato recepito nella legge di stabilità. Questa discrasia tra le (tante) parole e i (pochi) fatti sta provocando qualche ironia, ma soprattutto molta incertezza.

Un’incertezza che pesa sui conti pubblici. Basti pensare allo spread e alla recente asta dei Btp Italia.

Ma anche sulle scelte delle persone, come mostra la storia dell’Ape volontaria. Introdotta ad aprile per consentire alle persone vicine alla pensione di vecchiaia di smettere di lavorare prima, l’Ape volontaria ha riscosso un discreto interesse: in due mesi, più di 5mila domande per finanziare in media 950 euro al mese per 2 anni. Dopo gli annunci su quota 100, il flusso di domande si è però ridotto. Ma quota 100 sarà veramente disponibile per chi poteva accedere all’Ape volontaria? E costerà meno? Le voci delle ultime ore sulla data della sua introduzione e sulla sua durata alimentano qualche dubbio.

L’incertezza politica è insita nei governi di coalizione, soggetti a continue ed estenuanti negoziazioni interne. Quando le maglie dei vincoli di bilancio sono ampie, basta un aumento di spesa ad accontentare tutti, con buona pace del debito pubblico. Ma quando il debito pubblico è già elevato, i vincoli di bilancio diventano più restrittivi e la contrattazione si fa più complessa perché dedicare risorse a una policy (reddito di cittadinanza) significa sottrarle altrove (flat tax). Questi vincoli possono sembrare effimeri in campagna elettorale, ma si materializzano inesorabilmente varcata la soglia di Palazzo Chigi.

Tuttavia l’incertezza che circonda l’azione del governo del cambiamento è dovuta anche a un motivo di natura elettorale. Una recente indagine condotta dalla SWG compara le condizioni socio-economiche degli italiani a quelle dei propri genitori. Ne emerge un quadro fosco, soprattutto per i più giovani, che nel 53% dei casi fanno peggio dei genitori, rispetto al 28% tra le persone più anziane. Questi dati consentono di tracciare un identikit degli elettori sulla base della loro mobilità generazionale. Quelli – presumibilmente molto arrabbiati – con basso livello di istruzione e il cui status socio-economico è peggiorato rispetto alla loro famiglia di origine tendono a votare Lega, sia al Nord che al Sud. Gli elettori dei 5 Stelle si concentrano al Sud e tra i giovani. Tra i giovani elettori dei 5 Stelle ci sono soprattutto i più istruiti, mentre tra gli elettori anziani quelli il cui status socio-economico è peggiorato. Questo identikit aiuta a comprendere le scelte politiche di Salvini. Un po’ meno quelle di Di Maio.

Partiamo dai 5 Stelle. La misura simbolo della loro campagna elettorale, il reddito di cittadinanza, difficilmente garantirà un futuro lavorativo ai giovani, istruiti o meno. E neanche quota 100 li aiuterà. La contro-riforma delle pensioni non creerà nuovi posti di lavoro, ma lascerà loro il conto da pagare. Anche le modifiche apportate al mercato del lavoro, attraverso il decreto dignità, non stanno dando i risultati sperati. Forse anche per questo, secondo i sondaggi, il supporto elettorale ai 5 Stelle è in calo.

Le maniere forti di Salvini contro gli immigrati, la sua retorica anti-europea e la promessa di cancellare la riforma Fornero, dipinta per anni come una riforma ingiusta, sono invece musica per le orecchie di coloro, tra i suoi elettori, in cerca di rivalsa per il peggioramento della situazione socio-economica. Sempre secondo i sondaggi, l’elettorato di Salvini è potenzialmente raddoppiato dal 4 marzo. A votarlo oggi non sarebbero più soprattutto gli arrabbiati, ma anche una classe media alla ricerca di stabilità e di salvaguardare i propri risparmi, evitando di litigare con l’Europa e con i mercati finanziari. Combinare le richieste di questi due elettorati non è per nulla semplice. Dietro le continue incertezze nelle politiche economiche potrebbe celarsi questa difficoltà di fondo: conciliare l’inconciliabile.

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