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La divergenza che Conte e Juncker devono colmare

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trattativa roma-bruxelles

La divergenza che Conte e Juncker devono colmare

Dopo mesi di duro scontro, tra Roma e Bruxelles il dialogo sulla politica di bilancio è aperto, ma da parte del governo italiano per ora non c'è molto più di un cambiamento di tono. C'è ovvia attesa per l'incontro di domani tra il premier Conte e il presidente della Commissione e in quell'occasione a Bruxelles ci si aspetta che alle parole seguano impegni convincenti, con cifre verificabili. Dopo l'attesa, creata soprattutto in Italia dalle reciproche aperture dell'ultima settimana, un incontro inconcludente rischia di richiudere il dialogo e di lasciare spazio solo alle procedure previste.

Per evitare un fallimento dell'incontro, dopo due mesi di tentativi di avvicinamento sul ridisegno della legge di bilancio, il presidente Conte dovrebbe evitare la tentazione di liberarsi dagli impegni con un'impostazione troppo “politica”. Andando cioè a Bruxelles puntando il dito verso le manifestazioni francesi dei gilets jaunes e verso i problemi di Emmanuel Macron per sottolineare l'importanza di accomodare l'insoddisfazione di parte dei cittadini europei con maggiore spesa pubblica. Sarebbe un argomento popolare in Italia, ma rischioso per l'Europa, dove la stabilità è quasi ovunque considerata un valore, non un problema, per i cittadini.

Già alla fine di settembre, quando tra Roma e Bruxelles era stato raggiunto un accordo per un disavanzo vicino all'1,6%, la trattativa si era interrotta di colpo perché Parigi negli stessi giorni aveva annunciato un obiettivo di deficit al 2,8%. Si trattava di una deviazione dello 0,9% per il solo 2019 che veniva però ampiamente recuperata negli impegni degli anni successivi e che rappresentava comunque un aggiustamento strutturale del deficit francese di circa lo 0,3%, contro l'aggiustamento di solo lo 0,1% concesso a Giovanni Tria dalla Commissione. La reazione italiana fu tale da revocare gli accordi presi dal ministro dell'Economia e da programmare un disavanzo del 2,4%. La risposta da parte della Commissione fu l'apertura di una procedura di infrazione per violazione del debito, uno dei fattori che rendono la situazione italiana diversa da quella francese. E' improbabile che la reazione della Commissione possa cambiare a due mesi di distanza se di nuovo l'Italia si nascondesse dietro i problemi francesi. In una dichiarazione di pochi giorni fa, inoltre, il responsabile del Meccanismo europeo di stabilità, Klaus Regling, ha osservato che la posizione della Commissione nei confronti dell'Italia è sostenuta da tutti i 18 paesi dell'euro-area. Il Commissario Moscovici ha invece sottolineato che per la prima volta da 20 anni, tutti i paesi dell'euro-area sonoin linea con la regola del deficit. L'Italia rischia di trovare pochi alleati.

Tuttavia è davvero cruciale che il negoziato non si interrompa perché il riconoscimento da parte del governo delle compatibilità europee può rappresentare un passaggio cruciale di cambiamento della mentalità italiana che vada anche oltre la politica di bilancio. La prima ragione è che un fallimento della trattativa farebbe di nuovo prevalere in Italia una propaganda nazional-vittimista.

La seconda ragione è che l'intera politica economica italiana ha bisogno di scardinare la tentazione di richiudersi nei confini nazionali. Fino agli anni '80, le forze del mercato avevano contribuito alla convergenza tra regioni con livelli di reddito diversi. Salari, livelli di disoccupazione e produttività convergevano attraverso gli scambi commerciali e finanziari. Ma dalla diffusione delle tecnologie informatiche negli anni ‘90, il mercato sta producendo invece divergenza, concentrando capitali e “tecnologie basate sulle competenze” nelle sole regioni, paesi o grandi aree metropolitane in grado di agglomerare talenti e competenze. Le altre regioni rischiano di diventare sempre più periferia del sistema. E' successo in America, dove le città con più di un milione di abitanti e buone università hanno creato il 72% dei posti di lavoro dopo il 2009. Ma è successo anche in Europa dove singole aree metropolitane attirano i talenti migliori del continente con servizi e tecnologie, depauperando chi si allontanava dal centro dello sviluppo.

Il terzo motivo è che l'economia della divergenza contribuisce alla politica della divergenza. Negli Stati Uniti, in Francia, Gran Bretagna o Germania, è possibile fare un'esatta previsione sul voto degli elettori in base alla densità abitativa di una regione. Le aree che si sentono lasciate indietro dalla trasformazione economica, si sentono infatti lasciate indietro anche dal sistema politico. Per i partiti populisti, rappresentare le opinioni dell'elettorato arrabbiato è una strada obbligata per vincere le competizioni elettorali. Ma non può essere la ricetta giusta quando sono chiamati a governare. Per questa ragione, i partiti al governo dovrebbero porsi il problema di creare una proposta di “convergenza” produttiva dell'Italia rispetto al resto d'Europa.

L'ultima ragione è che purtroppo i tempi sono stretti: la divergenza economica sta infatti creando divergenza politica in entrambe le direzioni, anche da parte di chi è in posizione di forza nei confronti di chi è più debole. Anzi, la divergenza degli uni aumenta la divergenza degli altri. Tra il ‘96 e oggi, l'estesa adozione di tecnologie e l'apertura ai commerci globali hanno contribuito a un aumento addizionale del reddito di circa 0,5% all'anno in Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lussemburgo, Olanda e Svezia. Proprio i paesi che negli ultimi mesi hanno firmato due lettere contro la solidarietà fiscale – attraverso un bilancio dell'euro-area - proposta da Francia e Germania nei confronti dell'Italia e dei paesi che faticano a tenere il passo.

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