Norme & Tributi

Scissioni, responsabilità fiscale da rivedere

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Scissioni, responsabilità fiscale da rivedere

La sentenza 90 del 2018 con cui la Consulta ha ritenuto legittima la responsabilità solidale illimitata delle società beneficiarie di scissioni con riferimento a debiti (e sanzioni) tributari suscita non poche perplessità (si veda anche «Il Sole 24 Ore» del 28 novembre).

In tema di rapporti tra obbligazione civilistica e obbligazione tributaria prevale tuttora l'impostazione che vede le norme del diritto tributario che disciplinano l'obbligazione tributaria quali norme speciali rispetto a quelle del Codice civile, applicabili nel diritto tributario per gli aspetti dell'obbligazione d'imposta privi di disciplina specifica ove espressive di norme generali del diritto delle obbligazioni; ciò, tuttavia, non “in automatico”, dovendosi sempre verificare che la disciplina civilistica non risulti incompatibile con la natura dell'obbligazione tributaria e con i principi che presiedono alla materia tributaria.

Tra i corollari di questa impostazione vi è anche la necessità di verificare sia che l'applicazione delle regole civilistiche sia sempre informata, in presenza di molteplici legittime opzioni interpretative, al rispetto del principio di capacità contributiva, sia che non venga enfatizzata l'autonomia – peraltro non piena – del diritto tributario, né la “specialità” della tutela riservata al credito tributario, per legittimare interpretazioni “pro-fisco” che conducano ad una disciplina differenziata irragionevole rispetto al diritto comune dell'obbligazione.

Si ritiene che ciò sia proprio quanto avvenuto con la pronunzia indicata. È sufficiente pensare ai profili di irragionevolezza connessi all'alterazione della neutralità fiscale e ai conseguenti intralci alla circolazione di aziende sotto forma di partecipazioni societarie che questa responsabilità illimitata provoca; alla violazione del principio di capacità contributiva in presenza di una responsabilità illimitata per debiti fiscali incerti nell'an e nel quantum a fronte dei quali le beneficiarie non si troverebbero nelle condizioni di ricevere con certezza la provvista; al fatto che la normale responsabilità intra vires è principio comune delle successioni, sicché l'ambiguità del legislatore tributario sull’“intensità” della responsabilità solidale delle beneficiarie, non può di certo essere intesa come significativa di una diversa speciale volontà legislativa.

Tale rafforzamento si appalesa inoltre “sproporzionato” rispetto a una disciplina civilistica già di per sé idonea ad assicurare ampia tutela agli interessi erariali, da un lato conservandosi interamente l'effettivo valore del patrimonio aziendale senza che si disperda garanzia alcuna (Cassazione 4455/2016) – sia pure rispetto ad una pluralità di soggetti nei cui confronti, tuttavia, il Fisco dispone di poteri di autotutela che un normale creditore non ha – dall'altro dovendosi tenere conto che la ricostruzione giurisprudenziale più recente prevede la possibilità di agire senza preventiva escussione della società cui il debito è rimasto (Cassazione 7914/2015).

Ma anche le giustificazioni della specialità del credito tributario non convincono: dal “cannone” dell'articolo 81 della Costitutzione a fronte di interessi erariali modesti, all'esistenza di rimedi penalistici anche per la tutela dei crediti comuni (ad es., l'insolvenza fraudolenta); dal fatto che, nell'ordine dei privilegi, l'Erario non si pone al “vertice” del sistema (superato, ad esempio, dai crediti professionali), alla circostanza che la disciplina sulla “sopravvivenza” fiscale delle società cancellate dal registro delle imprese non deroga affatto alla responsabilità per debiti sociali né si pone in un rapporto di specialità con l'articolo 2495 del Codice civile.

Infine, neanche i rimedi indicati dalla Corte convincono. Da un lato, appare incomprensibile il riferimento al diritto di “regresso” per l'eccedenza nei rapporti tra scissa e beneficiaria, poiché se il debito è rimasto in capo ad altro soggetto, è quel soggetto che deve risponderne in via esclusiva nei rapporti interni. Dall'altro, l'intervento volontario adesivo dipendente e la chiamata in causa rappresentano soluzioni prive di rilevanza pratica, essendo evidentemente “singolare” sia l'ipotesi in cui il soggetto titolare del debito intervenga in un giudizio (relativo agli atti della riscossione) instaurato nei confronti della beneficiaria, sia quella in cui la società beneficiaria chiami in causa la società scissa «per far sì che il giudicato si formi anche nei confronti delle altre società», atteso che quest'ultima è pacificamente titolare del debito tributario per cui si procede oppure avrà già instaurato un contenzioso avverso l'atto impositivo i cui effetti esecutivi sono stati azionati in capo alla società beneficiaria.

È dunque auspicabile un intervento legislativo che restituisca all'istituto della scissione quella sua piena “neutralità” che sola ne consente l'ormai collaudato utilizzo nella circolazione di aziende sotto forma di partecipazioni societarie.

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