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Censura per la toga che fa pressioni su una giornalista perché pubblichi…

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Magistrati

Censura per la toga che fa pressioni su una giornalista perché pubblichi notizie favorevoli al marito

Censura per il magistrato che fa pressioni su una giornalista perché diffonda notizie favorevoli al marito medico coinvolto in un caso di decesso in ospedale. La Cassazione (sentenza 11931) conferma la sanzione disciplinare decisa dal Consiglio superiore della magistratura. La toga aveva accompagnato il marito nella redazione di un giornale on line, consegnando ad una redattrice una registrazione nella quale un altro medico si addossava la responsabilità di un decesso avvenuto, nel corso di un intervento chirurgico, rispetto al quale si ipotizzava la colpa medica. Secondo l’organo di autogoverno dei giudici, nel corso dell’incontro il magistrato, abusando della sua posizione, aveva fatto pressioni sulla giornalista «affinché il caso avesse la maggior rilevanza mediatica possibile; ciò per mettere in difficoltà l’azienda ospedaliera e, conseguentemente, far conseguire un vantaggio quantomeno morale, anche se non patrimoniale, al marito all’epoca coinvolto in un contenzioso, anche giudiziale, con l’azienda medesima». Senza successo la ricorrente sottolinea il diritto, tutelato dalla Costituzione, ad esprimere opinioni personali, in una conversazione privata, in ambito extragiudiziario, in merito ad un procedimento già noto agli indagati raggiunti da un avviso di garanzia.

Nel mirino della sezione disciplinare del Csm non era però finita la libertà di espressione della toga, ma la sua condotta contraria alla deontologia. Venuta a conoscenza che il marito era in possesso di una registrazione con dichiarazioni rilevanti in merito alla morte di un paziente, aveva chiamato una giornalista, invece di riferire la notizia all’autorità competente. Inutile da parte della ricorrente, anche far presente che la cronista aveva registrato la loro conversazione in modo fraudolento, sollecitata a farlo da una persona all’epoca imputata in un procedimento penale a lei assegnato. Per i probi viri, come per la Cassazione, pesano anche le frasi che l’incolpata aveva rivolto alla giornalista «possiamo contare su di voi» e «tanto io al riesame ho le indagini di tutta la Basilicata». Quanto all’uso della registrazione, fatta in violazione alle norme sulla riservatezza, i giudici spiegano che la privacy cede il passo alle esigenze di accertamento nei processi penali: principio che, per la Cassazione, vale anche per i giudizi disciplinari del Csm.

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