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Salvini, la crociata contro i magistrati e una democrazia non ancora matura

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Commento|politica e diritto

Salvini, la crociata contro i magistrati e una democrazia non ancora matura

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini (Ansa)
Il ministro dell’Interno Matteo Salvini (Ansa)

I giornali riportano una “offensiva” del Viminale nei confronti di tre magistrati che si sono recentemente occupati di casi in materia di pubblica sicurezza e immigrazione. La circostanza ha fatto molto rumore, pur non essendo chiaro se tali affermazioni – di cui non si conosce il testo preciso – provengono da una nota ufficiale o da fonti diverse.

L'Ansa riferisce che il ministro sta verificando «la possibilità di chiedere un intervento dell'Avvocatura dello Stato per valutare se i magistrati che hanno emesso le sentenze avrebbero dovuto astenersi e passare il fascicolo ad altri a causa delle proprie posizioni sulla politica del governo». Idee che, dice il Viminale, sono state «espresse pubblicamente o attraverso rapporti di collaborazione o vicinanza con riviste sensibili al tema degli stranieri come “Diritto, immigrazione e cittadinanza” o con avvocati dell'Asgi (associazione studi giuridici per l'immigrazione) che hanno difeso gli immigrati contro il Viminale».

Vengono poi citati per nome e cognome tre giudici: “responsabili” – da soli o in collegio – della decisione circa l’esclusione del ministero dal giudizio sull’iscrizione anagrafica di un immigrato; di quella che ha bocciato le “zone rosse”, dove le persone denunciate per alcuni reati non potevano circolare; di quella che non ha accolto il ricorso del ministero contro la decisione che disponeva l’iscrizione nel registro anagrafico di due cittadini stranieri.

Se, come sembra avere confermato il Ministro Salvini in una trasmissione televisiva, l’iniziativa ministeriale è stata correttamente riportata, possiamo senza timore incolonnarci tra coloro che ne stigmatizzano merito e metodo. E ciò per almeno tre ragioni.

La prima, e più ovvia: il Ministero non può tentare di fare pressione sulla magistratura, il cui sindacato sugli atti amministrativi deve restare libero e indipendente. Una simile condotta ricorda la grave insofferenza del governo nei confronti di chiunque non aderisca plaudente e, con ciò, dimostra se non altro scarsa dimestichezza con l’esistenza di poteri e contropoteri, tipica della dialettica di una democrazia liberale.

La seconda: al Ministero non può spettare un controllo ideologico sulle menti dei magistrati, a maggior ragione di quelli che si occupano di procedimenti in cui l’amministrazione stessa è coinvolta. Un conto è prendere parte attivamente alla vita politica, circostanza inopportuna per un magistrato, un conto è avere delle idee. Mentre la militanza infatti potrebbe – ma si sottolinea il condizionale – influenzare la delicata attività interpretativa della legge, avere opinioni è ciò che contraddistingue un essere umano pensante ed esprimerle liberamente è diritto di tutti, anche di chi indossa la toga.

La terza ragione è stata forse quella meno sottolineata. Tra le “colpe” dei magistrati vi sarebbe la collaborazione a una rivista scientifica, “Diritto, immigrazione e cittadinanza”, additato come un organo “di parte”. Così, una delle riviste più affermate ed apprezzate nel settore viene svilita a foglio propagandistico, il che da un lato mistifica la realtà, dall’altro mostra ancora una volta quanto poco l’impegno e la ricerca siano considerati dai vertici del governo. Quando invece, non ci stancheremo di ripeterlo, è cosa antica e buona che tutti i giuristi, teorici e pratici, seduti su qualunque banco delle aule di giustizia, partecipino al confronto sui temi del diritto.

Infine, una considerazione: è nota la teoria dei vasi comunicanti tra i poteri, secondo la quale quando quello politico è più fragile, quello giudiziario tende a prendere il sopravvento, con un'opera di supplenza tante volte criticata. Ora sembra che simile teoria valga anche in senso opposto: in un momento in cui la magistratura pare piegata da polemiche e discussioni, la politica ne approfitta per occupare un terreno che non le spetta.

Insomma: siamo ben lontani da una democrazia matura, ove chi è forte non usa il proprio potere per regolare i conti con altri poteri in quel momento più deboli.

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