premio italo calvino - racconto n. 8

Nostra Signora dei Venti

di Alberto Ravasio


8' di lettura

Agli uomini piacciono soprattutto due cose: annusare i propri peti e leggere i propri scritti.
Guy de Maupassant

Nostra Signora dei Venti scoprì il suo potere a otto anni.
Mentre beveva il suo tè allo zenzero e limone, a piccoli sorsi, come una colomba l'acqua limpida, avvertì, all'altezza dell'addome, una sensazione di urgenza e disagio, e impossibilitata ad alzarsi, causa bon ton, lasciò che il suo corpo sfiatasse, silenziosamente, quel fluido invisibile ma così scortese che, come l'omoerotismo, ha paura di pronunciare il suo nome.

Ma dopo qualche istante, invece di avvertire un puzzo atroce, di burro rancido e uova vecchie, si sentì avvolgere da una nuvola di profumo soavissimo, tanto che i genitori e gli ospiti ne furono come abbacinati e si chiesero da dove venisse quella brezza speziata di zenzero e limone.

E così, un pomeriggio di primavera tra le due guerre, nell'appartamento dei Feuilleton, in rue de la Baguette, morì il realismo francese e nacque Nostra Signora dei Venti: la donna le cui terga erano un grammofono di fragranze, un alambicco naturale che distillava profumi, assorbendo l'essenza di cibo e bevande e transustanziandola in venti aromatici.
Archiviato quel primo sconveniente infortunio, alla vergogna subentrò presto la curiosità, la vertigine della conoscenza di sé. Nonostante l'educazione rigida, tutta corsetti, porcellane e pianoforte, Nostra Signora era pur sempre una bambina che aveva appena scoperto un giocattolo meraviglioso, e quel giocattolo era lei stessa.
Furono anni ruggenti, di febbrile sperimentazione artistica, di onnipotenza creativa. Come il Bambin Gesù, che nei Vangeli apocrifi creava uccellini dal fango, allo stesso modo Nostra Signora giocava coi miracoli, li metteva alla prova, ne studiava i confini, le eccezioni, le ricorsività.

I suoi venti, in quanto vibrazioni, obbedivano alle regole della dodecafonia di Schönberg oppure erano fenomeni artisticamente anarchici, assoli di jazz? Quale arte avrebbe potuto rappresentarli, senza tradirli: la fotografia di Man Ray, la cinematografia di Buñuel, la pittura di Picasso? Li si poteva davvero imbottigliare in una forma, incarcerarli in una cornice, oppure erano atti poetici da surrealisti, destinati a vivere e morire nell'effimero?
Ebbe cura di esercitarsi sempre all'aperto. Si sedeva nel prato, e preparava un picnic con pane arrostito, marmellate di lamponi, ciliege. A volte, per gioco, assaggiava anche un paio di petali, tra i fiori commestibili e più profumati: il gelsomino, la lavanda, il fiordaliso, e poi sbuffava venti, così vorticosi che le alzavano il gonnellino, spazzavano l'erba intorno a lei, come se si stesse alzando in volo un animale mitologico, il profumo era tanto inebriante che faceva abbaiare i cani, mandava in calore i gatti, bambini e checche lo inseguivano, ci entravano, come in uno sciame d'api benigne.

Adolescenza e giovinezza furono ben diverse: più cupe, più tormentate. I venti della Storia cambiarono direzione, s'inasprirono, minacciando una nuova tempesta bellica.
Dall'estroversione creativa dell'infanzia Nostra Signora passò alla negazione, al tentativo, inutile, di rimuovere i venti. Invece di donarli al mondo, li chiudeva dentro di sé, con sforzi sovraumani: voleva murarli, seppellirli vivi nelle pareti del suo organismo. Ma la sua era una bara soffice e sottile, reversibile. I venti la percuotevano dall'interno.
La sua pelle bianca si riempiva di minuscole crepe, come la superficie di una vecchia diga, costantemente percossa dalle correnti dell'acqua. Bellissima e muta, con gli occhi grandi e insonni, Nostra Signora, a vent'anni, era una gestante cadavere, scheletrica e con l'addome espanso, pieno di venti.
Frustrata e non amata, divenne nevrotica, mentre i venti, che fluttuavano vorticosi nel suo corpo, la resero isterica. I genitori, preoccupati ma pur sempre chic, si rivolsero a uno psicoanalista.
Sdraiata sul lettino, scettica ma collaborativa, Nostra Signora espose i suoi turbamenti, lo psicoanalista si stropicciò la barba, in segno di saggezza, e poi concluse che i venti di cui parlava, prima di essere curati, dovevano essere capiti, letti. I suoi venti avevano un significato, erano emanazioni dell'inconscio olfattivo: non c'erano davvero, erano un simbolo.

Lei non se la sentì di rovinargli quella scienza tutta nuova con uno dei suoi miracoli profumati, era troppo gentile e troppo esausta. Se i suoi venti avevano davvero un significato, lei non lo conosceva, conosceva solo il suo dolore: «soffro dunque esisto».
La verità era che Nostra Signora, in fondo, stava bene in tutta quella solitudine, ma le mancava l'amore. E quando si era ormai rassegnata a viverlo solo nei versi di Éluard e Cocteau, ecco che, come una comune influenza, l'amore se lo prese sul tram.
Accanto a lei sedeva un ragazzo coi capelli di un biondo scostante e il mento piccolo. Non era né bello né brutto, né alto né basso, ma era reale: le sfiorava appena, con accurata noncuranza, parte del braccio sinistro. Lei, analfabeta anatomica, per la tensione spruzzò una lieve nuvola di fumo. Avvampando, s'affrettò a rinnegarne la maternità: «Di solito le carrozze del tram sono fetide. Oggi invece c'è un buon profumo di menta e cioccolato.»
«Mi fido del suo olfatto, Signorina. Io purtroppo non sento bene gli odori: sono sempre raffreddato.»
A quelle parole Nostra Signora si rilassò: per la prima volta nella vita non percepiva il disagio della vicinanza, e gliene fu grata.
Come da copione romanzesco, qualche giorno dopo, per amor di rima, presero un tè al Cafè de la Paix, poi andarono al cinema a vedere Jean Vigo, si baciarono sotto la pioggia, in un vicolo pittoresco di Montmartre, e lui le chiese di sposarlo: lui s'innamorò di lei perché era silenziosa e mite, lei s'innamorò di lui perché lui si era innamorato di lei e lei aveva sempre creduto di non meritare l'amore.

Nostra Signora era misantropa ma, come ogni misantropo, era anche romantica e idealista: ora che il suo corpo era fonte di desiderio e felicità per un uomo, non poteva più mentire, e per amore dell'amore, confessò il suo segreto, non a parole, perché non ci sarebbe riuscita, ma con una lunga lettera, piena di commozione e letteratura.
Pavido e benpensante, il fidanzato ne parlò all'abramitico padre, luminare della chirurgia, il quale, togliendo ai venti il loro afflato poetico, tradusse il fenomeno in medichese, diagnosticando un'intolleranza al solfato di carbonile e un'infezione delle pareti intestinali con conseguente contaminazione delle sacche di aria deglutita. La paziente doveva essere immediatamente ricoverata e operata, altrimenti il rischio non era tanto la morte di lei, ma la sterilità: la morte del futuro, ovvero del patrimonio.
Nostra Signora, per amore dell'amore, accettò. Ma durante il ricovero alla Salpêtrière, Hitler dichiarò guerra al mondo, invadendo la Polonia e poi la Francia, il fidanzato partì per il fronte, a farsi mutilare, mentre i genitori di lei morirono durante la presa di Parigi.

Folle di dolore, pianse notte e giorno, rifiutò cibo, acqua e igiene, fino a quando i cosiddetti dottori della testa, allievi di Charcot, le conferirono la patente di psicosi, manicomizzandola, insieme a vagabondi, prostitute e artistoidi, in un area dell'ospedale con le sbarre alle finestre.
Lì trascorse gli anni della guerra in uno stato pressoché vegetabondo, quasi all'insaputa di sé, elettroscossa dagli psichiatri, ipnotizzata dai freudiani e ingozzata di pillole dai chimici, come un foie gras psicofarmacologico, ma quella non-vita, paradossalmente, la salvò: dato che in quelle condizioni era pressoché morta, nessuno la uccise del tutto, e così sopravvisse, insieme ai suoi venti, ai quali parlava la notte come fossero spiriti, cantilenando storie, per scacciare la paura.

Quando la guerra finì, Nostra Signora non fu liberata, come tutti i francesi, dagli Alleati, ma da una combriccola di saltimbanchi, che approfittando dei festeggiamenti, e soprattutto del periodo d'interregno politico, e dunque giudiziario, tra la caduta di Vichy e la nascita di un nuovo governo, pensarono bene di fare un po' di male giusto: tagliarono, con una lima per la manicure degli elefanti, le sbarre del recinto dei matti, ed entrarono a recuperare un loro caro amico perduto, un nano affetto da gigantismo.

Il fato o il caso volle che, proprio accanto al nano, dormisse Nostra Signora, e quando i circensi seppero del suo potere la adottarono, mossi da compassione, affinità psicopatologica e dalla prospettiva, cinica ma legittima, di lucrarci sopra.
Da principio Nostra Signora si rifiutò d'esibirsi, preferendo l'isolamento, le botte e il digiuno, poi, vinta dalla fame, per una crosta di pane secco era salita sul palco, dopo i mangiatori di fuoco e di spade, il clown bianco e il clown augusto, i funamboli e i domatori di leoni. E al centro illuminato di quel tendone, cupo e magico come il ventre di una balena, aveva sbuffato il suo vapore dolcissimo, una nuvola di zucchero filato che si poteva mangiare e respirare e abitare.

Il pubblico l'aveva amata, applaudendola, lanciando rose, chiedendo bis e souvenir, ampolle di profumo da portar via. L'avevano amata soprattutto i bambini, anche più delle frittelle, e questo la commosse e la inorgoglì: se non poteva essere amata da un uomo, perché ogni intimità era per lei un abuso, forse poteva essere amata da tutti, come un idolo pagano o un'icona pop.

Col passare degli anni perfezionò il suo potere: si sottoponeva ad auto-allevamento intensivo, si farciva di cibo e bevande pregiatissime, tartufi d'Alba, miele dalla Turchia, salmone norvegese, liquori indiani, per aumentare i litri di vento, per essere tempesta, era tanto potente che si alzava da terra, levitava. Metteva in scena spettacoli pirotecnici, wagneriane opere d'arte totale, visive, acustiche e olfattive, i suoi venti erano ologrammi danzanti.
Negli anni Cinquanta e Sessanta si esibì ovunque: era Notre-Dame de Vents per i francesi, Unsere Dame der Winde per i tedeschi, Our Lady of The Winds per gli americani. Viaggiò in Australia, nella Cina di Mao, persino in Islanda, dove venne eletta geyser umano, ma dopo un po', come per ogni miracolo, la gente ci prese l'abitudine e cominciò a chiamarla normalità, e infine non la chiamò più.

E poi le testimonianze si fanno contrastanti: in prossimità del presente, si aprono a delta, in tanti piccoli rivoli narrativi. Alcuni dicono che sia morta, altri che non sia mai esistita, altri ancora assicurano di averla vista aggirarsi tra le pietre ferite di Notre-Dame, sotto il suo tetto sventrato, tenuto su da ragnatele metalliche.

La chiamano l'Incensiera, perché, oscillando sui suoi fianconi, sbuffa fumo profumato, che sa di spezie e sacro. Deve avere come minimo cento anni, un'età induistica, è una barbona colorata, ci prova coi ragazzi, dice di essere stata bellissima, indossa sempre il rossetto rosso, anche sui denti, e un giglio finto e scucito nel taschino del cappotto, non ha soldi ma nemmeno preoccupazioni, è troppo matta per pensare al futuro, vive di sorrisi e ricordi, tutti contraddittori, a volte qualcuno le offre un caffè, a volte le assegnano un monolocale nelle banlieue, ma lei non ci va perché sarebbe troppo umile, spesso dorme all'addiaccio, raggomitolata su una panchina, scaldandosi le ossa coi suoi vapori balsamici. Essendo povera, ha sostituito lo psicologo con il prete, al quale si confessa pressoché ogni giorno, rivolgendogli sempre la stessa domanda:
«Padre, perché il Signore mi ha dato i venti?»
E il sacerdote, ipocrita per bontà, risponde sempre così: «Ritieniti fortunata, bambina mia. Dio ti ha dato ciò che ha di più prezioso: il suo vento creatore. Non lo sai che l'universo è nato dal suo soffio intimo? Alcuni lo chiamano pneuma, altri spirito santo, altri ancora anima.»
«Ma allora Padre, se è come dice lei, anche dio puzza?»
«Sì, bambina mia, anche dio puzza.»
Nostra Signora dei Venti ride, coi suoi incisivi rossi e sbeccati, e per un po', si sente felice.

L’autore

Alberto Ravasio (1990) si è laureato in Scienze filosofiche alla Statale di Milano. Il suo testo Pornogonia è stato segnalato dal Premio Calvino 2018. Scrive per la rivista di cultura militante «La Balena Bianca».

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