ANALISI

Note 7, una brutta storia ai confini della legge di Murphy

di Mario Cianflone


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(REUTERS)

3' di lettura

Solo ed esclusivamente colpa delle batterie. Gli smartphone Note 7 esplodevano solo a causa di difetti delle celle a ioni di litio. È questa la quasi incredibile spiegazione fornita da Samsung dopo mesi di indagini. Una spiegazione che smentisce i rumors dei giorni scorsi che indicavano come causa scatenante un difetto strutturale: poco spazio per la batteria compressa in un telaio angusto. Nulla di tutto questo. Secondo Samsung la colpa è delle batterie. E sembra il trionfo della legge di Murphy.

Ai primi di settembre il chaebol coreano richiamò, a causa di alcuni fenomeni di autocombustione, l'appena lanciato phablet che montava batterie prodotte dalla sister company Samsung Sdi, e successivamente reimmessa sul mercato una versione modificata con batterie prodotte dalla Amperex Technology.

Nel frattempo in un autunno caldo Samsung era nel mirino dei media e sembrava quasi che ogni incendio in America fosse imputabile a un Note 7. I device modificati erano riconoscibili per l'icona verde indicante la carica della batteria (Google concesse questa modifica al sistema operativo Android in via del tutto eccezionale). Sostituite le batterie, la creatura di Samsung era di nuovo pronta a dar battaglia ai nuovi modelli dei concorrenti.

Ma anche il secondo lotto presentava criticità tant'è che ai primi di ottobre un “Green Icon” prese fuoco a bordo di un jet della South West.

Per il Note 7, il miglior smartphone mai prodotto, fu la fine. Il gigante coreano, primo produttore al mondo di smartphone, effettuò un secondo richiamo e fermò definitivamente la produzione nella fabbrica vietnamita. Il conto è salato: 2.5 milioni di pezzi da smaltire come merce pericolosa, un doppio richiamo complesso e aggravato dal fatto che i fan del nuovo device non volevano separsene, almeno 5 miliardi di dollari andati in fumo e una reputazione tutta da ricostruire a causa anche dell'onta del divieto di salire a bordo di aerei di linea e navi da crociera con un Note 7 in tasca.

Al report hanno lavorato 700 supertecnici di Samsung che hanno analizzato e fatto test di laboratorio su oltre 200mila dispositivi e su un campione di 30mila batterie. Inoltre Samsung si avvalsa della collaborazione di enti Esterni come l’americano UL e il tedesco Tuv.

Lo studio, nello specfico, indica due cause diverse per l’esplosione delle batterie. nel caso dell prime unità equipaggiate con le batterie prodotte da Samsung Sdi è causato da un contatto tra anodo (polo negativo) e catodo (polo positivo) in un angolo curvo della batteria (una forma critica che costringe a una piegatura pericolosa i due elementi. Il corto circuito conseguente genera un cosiddetto thermal meltdown. Le batterie prodotte da Amperex invece presentavano un secondo tipo di criticità imputabile alla fetta di produrre per recuperare il tempo perduto. Infatti una saldatura mal effettuata sul catodo portava a una perforazione, dovuta alla deformazione meccanica, dell'elemento di separazione tra polo positivo e quello negativo producendo così un corto circuito. Inoltre l’indagine di Samsung ha evidenziato che, in alcune batterie, il separatore mancava del tutto. Anche in questo caso la fretta è stata la causa di un lavoro iniziato male e finito peggio

Il più grave disastro commerciale della storia della tecnologia si conclude dunque con una spiegazione inquietante che getta da una parte un'ombra sulle batterie a ioni di litio, visto che ben due costruttori di batterie hanno sbagliato, dall’altra evidenzia una volta di più che il mito del time to market porta più danni che benefici.

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