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Pochi investimenti in Ict, ma pesa l'effetto-crisi

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Questo articolo è stato pubblicato il 04 agosto 2010 alle ore 08:04.

Per uscire dalle secche della bassa produttività occorre investire con maggior decisione nell'Ict, ma non bisogna neanche drammatizzare il drastico calo di produttività verificatosi in concomitanza della crisi economica, perchè si è trattato di una "malattia" di natura temporanea, frutto anche di una scelta delle aziende di sopportare la durezza della crisi senza ridimensionare la propria capacità produttiva: ne è convinto Gian Maria Gros Pietro, che oltre a presiedere la società Autostrade è uno dei maggiori economisti industriali italiani e dirige il dipartimento di scienze economiche e aziendali della Luiss.
Professore, non trova che le misure di produttività fornite dall'Istat descrivano la realtà italiana con occhiali particolarmente scuri?
Come lei saprà ci sono alcuni economisti, come ad esempio Marco Fortis, che sostengono che la crescita del valore aggiunto italiano è sottostimata perchè la dinamica del valore aggiunto a prezzi costanti sottovaluta il ruolo degli aspetti tecnologici, immateriali: è un'ipotesi in cui tutti speriamo, ovviamente. Tuttavia, il presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, che è un economista e uno statistico molto ferrato, ha preso seriamente quest'ipotesi ma non è ancora riuscito a trovare l'aspetto in cui i dati raccolti dall' Istat non andrebbero bene. Ora, i dati diffusi ieri ci dicono essenzialmente che negli anni Ottanta cresceva il valore aggiunto e cresceva anche la produttività del lavoro che nella parte centrale degli anni 90 mentre cresce il valore aggiunto le ore lavorate restano le stesse..
E il decennio che si conclude quest'anno?
Negli anni 2000, in effetti, le ore lavorate smettono di crescere ma smette di crescere anche il valore aggiunto e la produttività diventa piatta. Io ho un'ipotesi interpretativa al riguardo: fra il 2000 e il 2003 le imprese, ancora abituate a uno schema nel quale la competività si recuperava via cambio hanno subito lo shock dell'ingresso nell'euro: uno shock da regole nuove, per intenderci. Invece, tra il 2003 e il 2007 la produttività totale dei fattori aveva ricominicato a crescere e anche la produttività del lavoro aveva recuperato. Poi, è arrivata la crisi e il valore aggiunto è caduto e anche la produttività. Ma io non dò un valore negativo a questo comportamento.

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Tags Correlati: Autostrade | Enrico Giovannini | Gian Maria Gros Pietro | Information and Communication Technology | Investimenti delle imprese | Istat | Luiss |

 

Perchè ?
Perchè dimostra che quando arriva la crisi, le imprese non ci stanno a licenziare, a smettere di fare investimenti o a modificare la loro combinazione produttiva di fronte a una caduta congiunturale anche forte della domanda. In sostanza, quando è arrivata la gelata della recessione internazionale, le aziende italiane hanno scelto di resistere, perchè hanno ritenuto la crisi un fatto negativo sì, ma temporaneo: quindi, hanno rifiutato di ridurre la propria capacità produttiva. Però se, uscendo dagli aspetti di breve periodo, consideriamo il trend, c'è almeno un fattore che ha contribuito alla bassa crescita del valore aggiunto.
Quale?
Guardi, i dati relativi all'apporto fornito alla crescita dall'Information and Communication Technology: il suo contributo è quasi nullo e si tratta, come lei sa, di una tecnologia molto pervasiva. Io credo si possa senz'altro affermare che una delle radici della bassa crescita italiana è la scarsa intensità delle nuove tecnologie.
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