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L'eredità del petrolio: tanti aspiranti, ma nessun vincitore, per ora

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Questo articolo è stato pubblicato il 14 settembre 2010 alle ore 08:09.

Eolico, fotovoltaico, idrogeno e atomo: mentre l'Opec celebra oggi il 50esimo anniversario della sua fondazione con un sito ad hoc , è già iniziata l'era del post-petrolio. Perché l'unica certezza è che l'oro nero è destinato a esaurirsi, anche se nessuno sa per certo quando e quale risorsa sarà in grado di raccoglierne il testimone.

L'oro nero resta a buon mercato
L'ultimo World Energy Outlook realizzato dalla International Energy Agency stima una crescita dei consumi energetici intorno al 2,5% annuo da qui fino al 2015, con il petrolio che continuerà a farla da padrone, passando dagli 83 milioni di barili al giorno del 2009 a 150 milioni nel 2030. Questo perché, nonostante le ampie oscillazioni di valore sui mercati finanziari, ancora oggi l'oro nero non ha rivali. Nessuno è ancora riuscito a competere con gli 8-10 centesimi di euro necessari per produrre un Kwh di energia, con l'aggiunta di garantire un combustibile facilmente trasportabile e utilizzabile. Così, tutta l'industria continua a utilizzare il petrolio in grande quantità: se metà dell'oro nero finisce nei trasporti, l'altro 50% è suddiviso tra dispositivi vecchi e nuovi, dalle confezioni per i dentifrici ai microchip, dagli elettrodomestici alle carte di credito e debito. Con un'implicazione: nell'anno in corso verrà raggiunto il picco della produzione nei paesi Opec, per cui la crescente domanda dei prossimi anni dovrà essere soddisfatta dai paesi che si riconoscono nel cartello dei principali produttori, tutti accomunati da una situazione geopolitica di forti tensioni. Anche se dal 1985 si consuma più petrolio di quanto se ne scopra e la forbice si va sempre più allargando. Inoltre, di recente ha cominciato a circolare in Rete un documento , realizzato Future Analysis department del Bundeswehr Transformation Center (un think tank tedesco direttamente collegato alle forze armate di Berlino) e destinato nelle intenzioni a restare segreto, secondo cui il picco della produzione è già stato raggiunto e il declino dei prossimi anni provocherà forti tensioni a livello internazionale.

La speranza dell'idrogeno
Le attenzioni degli analisti sono rivolte in primis alle potenzialità dell'idrogeno, che tuttavia non è una risorsa primaria, cioè già presente in natura (come il petrolio, il gas naturale e le fonti rinnovabili), ma una fonte secondaria (come l'elettricità). Con la conseguenza che, allo stato attuale, estrarlo richiede più energia di quanta se ne possa ricavare dal suo sfruttamento. In sintesi, non è economicamente sostenibile. Secondo uno studio dell'Università di Oxford , le auto a celle di combustibile, alimentate a idrogeno, non saranno disponibili sul mercato prima del 2050 a causa dell'alto costo del platino necessario per i catalizzatori. La speranza è che la situazione cambi grazie ai progressi della tecnologia e su questo fronte offrono un barlume di speranza .

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Tags Correlati: Forze Armate Tedesche | International Energy Agency | Italia | Opec | Tutela ambientale | Università di Oxford

 

Fonti rinnovabili verso la grid parity
Lo stesso vale per le fonti rinnovabili, da più parti viste come il futuro per la produzione di energia elettrica. La loro disponibilità in natura è infinita, ma la resa finora è inferiore rispetto alle fonti fossili. Il sole irradia energia mille volte superiore a quella che consumiamo, ma l'energia solare deve essere trasformata per poterla utilizzare. A conti fatti è solo grazie agli incentivi se questo mercato continua a crescere. Senza il sostegno pubblico – che i consumatori italiani pagano con un aggravio in bolletta – l'investimento in pannelli solari e pale eoliche sarebbe insostenibile economicamente. Ma è pur vero che il gap si va sempre più riducendo grazie ai progressi della tecnologia e la grid parity – cioè la coincidenza del costo del kWh fotovoltaico con il costo del kWh prodotto da fonti convenzionali – si avvicina. Senza dimenticare che la spinta dei governi verso le energie pulite è destinata a durare ancora a lungo perché le ragioni strettamente economiche si trovano a fare i conti con la necessità di ridurre drasticamente le emissioni inquinanti nel mondo. Se è vero il fotovoltaico costa tra cinque e sei volte in più del petrolio, come rilevato da uno studio della Commissione Europea , vanno anche considerati i risparmi in termini di emissioni di gas serra e altri elementi nocivi rispetto alle fonti fossili. Oltre alle diseconomie dovute ai danni per la salute prodotte dal petrolio. Un calcolo troppo complesso, che spiega l'impossibilità di arrivare a un bilancio definitivo sulla convenienza o meno delle varie fonti.

Il dilemma nucleare
Del tutto diversa è la questione connessa al nucleare, che l'Italia ha abbandonato con il referendum del 1987. L'atomo ha costi più bassi rispetto a tutte le altre fonti e sarebbe l'unica soluzione per abbattere nettamente il peso della bolletta energetica , che in Italia pesa più di qualsiasi altro paese europeo. Secondo la ricerca "Il nucleare per l'economia, l'ambiente e lo sviluppo" presentata all'ultimo meeting Ambrosetti, il ritorno al nucleare garantirebbe un abbattimento della bolletta nell'ordine del 25-30%, con un contemporaneo taglio di almeno il 20% alle emissioni medie di anidride carbonica le nostre centrali elettriche. Il tutto a patto di superare l'effetto Nimby (not in my black yard) che spinge molte comunità locali a opporsi alla costruzione di nuove centrali.
Così, almeno nel medio periodo, è molto probabile che non ci sarà un solo erede del petrolio, ma la combinazione tra fonti primarie e secondarie renderà più soft la fine dell'oro nero, con benefici ambientali e sulla salute pubblica.

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