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Nello spogliatoio va in onda il football Truman Show

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Questo articolo è stato pubblicato il 21 settembre 2010 alle ore 17:20.

Fruga, fruga e spunta il nulla. Quelle telecamere che fanno il giro degli spogliatoi, presentate come la nuova frontiera del reality football, fanno solo un'immensa tristezza. Come se non bastasse, le immagini vanno in onda in differita, una pasta scotta messa in forno nell'illusione di restituirle la perduta fragranza.

La visita nelle contrapposte segrete dei nostri eroi si risolve in una carrellata silenziosa su giovanotti variamente svestiti che non pronunciano parola. Abbozzano sorrisi seduti sulle panchine o svolgono esercizi di rilasciamento muscolare con lo stesso atteggiamento spontaneo e la pari naturalezza dei divi del cinema che percorrono le passerelle rosse prima di tuffarsi nei templi dorati. Per lo più sguardi vuoti, qualche salutino con la mano moscia, smorfie di accettazione: prego, s'accomodi, facciamo più in fretta che si può. Qualcuno azzarda il massaggio sul lettino, estrema provocazione.

Siamo tornati al cinema muto, anzi al cinema in mutande. Per fortuna tutto si risolve in tempi assai rapidi e la scena va in dissolvenza alle spalle dei calciatori che entrano in campo finalmente liberi di urlare nelle telecamere che piovono da ogni dove, di lato o dal cielo (chissà, forse presto anche dalle zolle) il meglio del loro repertorio. Eppure avevamo sognato intervalli di fuoco, con l'allenatore che parla e i giocatori tutti zitti e sudaticci che lo ascoltano a capo chino. Ancora abbiamo fantasticato su finali di partita con oggetti che volano, lanci di gioia ma meglio ancora d'invettive di fuoco tra i fumi delle docce.
Nulla, non ci resta che attendere il prossimo film di genere. Si promette la suprema volgarità dei reality, l'osceno quotidiano del Grande Fratello, la furibonda mischia di un Ballarò e ne esce questa pappetta senza sale che pare una riesumazione degli spot pubblicitari del Mulino Bianco o del "Silenzio, parla Agnesi".

O forse è questa la pura e sacrosanta realtà e noi che viviamo in un perenne reality non ce ne siamo accorti. Le magliette e i calzoncini così ben stirati, i lettini immacolati che immaginiamo odorare di creme balsamiche suscitano l'invidia di noi che mai abbiamo superato gli stanzoni dei tornei oratoriali (chiamarli spogliatoi era eccesso d'entusiasmo), così come le scarpette griffate e morbide come un guanto ci rimandano ad altre epoche, a tacchetti fissati da chiodi che ti tormentavano l'alluce già sul finire del primo tempo. Ecco il vero, autentico spettacolo e i silenziosi gentiluomini che si ornano di tali delicatezze sono gli interpreti della grande commedia che amiamo e che si chiama calcio.

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In fondo quegli spogliatoi altro non sono che la nostra Seahaven, la città-studio in cui viveva ignaro Truman Burbank, il protagonista dello straordinario Truman show. Lasciateci l'illusione che quello spogliatoio finto sia la verità. Solo per un attimo. Fuori già si sentono gli schiamazzi: «Se hai qualcosa da dirmi, vieni a dirlo a me e non in tv e se non ti va, non guardarmi». La voce di un gigante da 13 milioni di euro chiamato Ibra si infrange sull'amaro sorriso di un signore dai capelli bianchi che gli rammenta l'educazione. Si finge imbarazzo in studio, ma già si gongola pensando allo share. Vuoi mettere? Qui spogliatoio, a voi stadio.

È il settembre delle operaie. Rubiamo l'immagine all'efficace titolo di domenica del nostro sito dopo il terzo turno. Cesena in vetta e Brescia a un'incollatura. Due compagini provenienti dalla B vivono giorni di gloria, mentre Lazio e Cagliari mostrano doti non sospettabili alla vigilia. Tutto bene e si sprecano i peana per le squadre fatte in casa, con ingredienti poveri (si fa per dire), ma affidabili che hanno voglia di sacrificarsi, che fanno il pendolo tra difesa e attacco per novanta minuti. Impossibile pensare ora a nuovi equilibri. Tra mercoledì e giovedì (Juve-Palermo) ne sapremo un poco di più.

Nell'attesa di un'assai poco probabile palingenesi, segnaliamo l'orgia del deja vu. Nell'ordine:
1) gli arbitri che sbagliano mentre nemmeno si pensa a mettere degli assistenti presso le porte come in Champions, figuriamoci le tecnologie;
2) gli allenatori sempre più nervosi (fa eccezione il serafico Ventura, ironico con le sue citazioni di Bobby Solo) che già dopo la terza sentono odore di benservito e non senza fondamento;
3) i giornalisti sempre più ripetitivi (quorum ego, s'intende). Che nelle redazioni si istituisca un premio ai cronisti sportivi che non chiedano commenti a Benitez di una qualsiasi frase pronunciata da Mourinho e non domandino ad Allegri se ha telefonato Berlusconi. Premio speciale della giuria alla redazione che non titoli sull'anticipo della domenica alludendo al mezzogiorno, agli aperitivi e ai pranzi domenicali. Ai presidenti che si lamentano del suddetto anticipo la pergamena con l'elogio dell'ipocrisia. Scusate, c'è di peggio al silenzio degli spogliatoi. Buon campionato a tutti.

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