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Politica in bianco e nero ma vera

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Questo articolo è stato pubblicato il 10 ottobre 2010 alle ore 08:03.


Esattamente cinquant'anni or sono debuttava in televisione Tribuna elettorale (successivamente sarebbe diventata Tribuna politica), la trasmissione che avrebbe cambiato la comunicazione politica in Italia. Era l'11 ottobre del 1960. La Repubblica democratica aveva 14 anni (meno di quanto è trascorso oggi dalla discesa in campo di Berlusconi), pochi mesi prima c'erano stati i moti di Genova che avevano mandato a casa Tambroni, al governo il monocolore democristiano sostenuto dai voti decisivi del Movimento sociale. A Palazzo Chigi c'era Fanfani che, con le "convergenze parallele" (la definizione è di Aldo Moro), avrebbe di lì a poco aperto la strada al centro-sinistra organico, con l'ingresso nella stanza dei bottoni del Psi di Nenni.
Toccò al ministro dell'Interno, il siciliano Mario Scelba, essere protagonista della prima conferenza stampa in vista delle elezioni amministrative del 6 e 7 novembre. Scelba era uno tosto, non a caso le opposizioni di sinistra lo indicavano come «il ministro poliziotto». Eppure fu subito messo in difficoltà da un giornalista di un quotidiano palermitano: Gino Pallotta dell'Ora. Il quale non esitò a chiedergli: «Come intende il governo garantire la libertà di voto in Sicilia, vista l'impressionante recrudescenza del fenomeno mafioso, in concomitanza con la presenza nelle liste della Dc di Genco Russo, l'uomo che la pubblicistica italiana indica come il capo della mafia». Scelba rispose in modo elusivo, profittando del fatto che i giornalisti non avessero ancora (lo avranno successivamente) il diritto di replica.
Qualche sera dopo però toccò al segretario della Dc Aldo Moro vedersi riproporre da Augusto Mastrangeli di Paese sera la domanda su Genco Russo, candidato dc a Mussomeli. Moro diede subito manifestazione di un forte disagio fisico, iniziando ad agitarsi sulla sedia. Il mezzo televisivo è sempre stato implacabile nel mostrare anche i particolari di una mimica scomposta. Così il segretario della Dc, non aiutato dalla sua voce sottile al limite del falsetto, cercò di rifugiarsi in una risposta burocratica: «Noi come direzione non abbiamo la competenza di esaminare le liste degli ottomila comuni d'Italia».

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Tags Correlati: Aldo Moro | Augusto Mastrangeli | DC | Giorgio Vecchietti | Luciana Giambuzzi | Marco Pannella | Mario Scelba | Palmiro Togliatti | Partiti politici | PCI | PSI | RAI | Sicilia

 

Anche a Palmiro Togliatti fu chiesto, pochi giorni dopo, qualcosa a proposito di un candidato del Pci in odore di mafia. E lui seppe cavarsela con buona disinvoltura tant'è che non mancò il sospetto che il giornalista gli avesse alzato la palla. «Il nostro – spiegò il Migliore – è un grande partito e quindi qualcosa può anche sfuggire al suo gruppo dirigente. Ma io la ringrazio della segnalazione. Perché faremo una verifica e se necessario prenderemo tutti i provvedimenti del caso, compresa la cancellazione dalla lista».
Quella volta le cose per il capo comunista andarono bene, ma non sempre fu così. Romolo Mangione, giornalista dell'organo socialdemocratico "La Giustizia", accento siciliano e tanta brillantina sui capelli, divenne un'autentica bestia nera per Togliatti e per altri dirigenti del Pci. Una volta chiese come mai i comunisti avessero condannato l'uccisione di Lumumba in Congo, mentre non avevano avuto nulla da eccepire sull'uccisione del primo ministro ungherese Imre Nagy. Togliatti rispose definendo Nagy «uno che aveva commesso delitti contro il suo paese», abbandonandosi poi a una sgradevole battuta sul nome del suo interlocutore: «Lei si chiama Mangione, ma vedo che di politica ne mangia poca». Il giornalista socialdemocratico si sarebbe rifatto, qualche tempo dopo, quando, incalzando Giancarlo Pajetta sulle pene previste in Urss per i lavoratori che scioperano, gli tirò dietro il codice penale sovietico.
In occasione della Tribuna per il referendum del 1978 Marco Pannella e altri esponenti radicali si presentarano imbavagliati per sottolineare come già allora la Rai non dava la necessaria informazione sulle battaglie civili del loro partito.
Nonostante molti oggi considerino le vecchie tribune come «ingessate» rispetto ai moderni talk-show, gli scontri al calor bianco non mancavano. A moderarli e, talvolta, a contenerli provvedevano il garbo di Jader Iacobelli e Luciana Giambuzzi, l'ansiosa simpatia di Ugo Zatterin, l'accorta freddezza di Giorgio Vecchietti, Villy De Luca e Gianni Granzotto. E a sancire il successo della trasmissione furono le felici imitazioni che di questi personaggi faceva nei suoi show Alighiero Noschese.
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IN BIANCO E NERO
pMarco Pannella si presentò imbavagliato alla Tribuna per il referendum del '78: troppo poco spazio in Rai ai temi radicali
pPalmiro Togliatti (nella foto con Gianni Granzotto in tv nel '61) rimbrottò così un giornalista di tendenze socialdemocratiche: «Lei si chiama Mangione, ma di politica ne mangia poca»

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