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«Germania salvata dagli immigrati»

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Questo articolo è stato pubblicato il 13 novembre 2010 alle ore 06:38.


FRANCOFORTE. Dal nostro corrispondente
La Germania si accapiglia sull'immigrazione. C'è chi vorrebbe chiudere le frontiere, chi critica il multiculturalismo, e chi mette l'accento sulla mancata integrazione di molti stranieri. Reiner Klingholz, il 57enne presidente dell'Istituto per la popolazione e lo sviluppo di Berlino, offre in quest'intervista una prospettiva di più lunga lena: parla di «motore spento» sul fronte demografico; sostiene che la Germania non può esimersi dall'attirare nuovi lavoratori stranieri; e crede che l'invecchiamento della popolazione in diversi paesi del mondo sta provocando una corsa agli immigrati che è ormai una partita geopolitica.
La Germania ha 80 milioni di abitanti: quale è la situazione demografica?
Siamo in piena crisi. Dal 1972 registriamo ogni anno più decessi che nascite, e l'invecchiamento della popolazione si tocca con mano. Il tasso di natalità non è mai stato così basso dal dopoguerra, oggi è sotto 1,4 bambini per donna. Negli ultimi sette anni, la popolazione ha perso un milione di persone. Entro il 2050 si prevede una perdita di altri 12-14 milioni, nonostante un arrivo di stranieri stimato in 100-200mila l'anno, un'immigrazione che oggi non ha luogo. Se si dovessero seguire le idee di Horst Seehofer, il leader bavarese che chiede la chiusura delle frontiere, il calo della popolazione sarebbe di 20 milioni.
E in Germania il dibattito sull'immigrazione è acceso.
Curioso se si pensa che il 20% della popolazione di questo paese ha origini straniere: stiamo parlando di 15 milioni di persone. In termini assoluti, la Germania ha la seconda comunità immigrata del mondo dopo quella degli Stati Uniti. In termini relativi la percentuale è più elevata in altri paesi, come la Svizzera o il Lussemburgo. Il problema è che in questi anni poco si è fatto per integrare gli stranieri, tanto che in alcuni settori la disoccupazione tra gli immigrati è doppia o tripla di quella tra gli autoctoni.
Quali rischi vede in queste tendenze demografiche?
Il problema è doppio. Entro il 2050, la Germania perderà circa un terzo della propria forza lavoro. L'invecchiamento della popolazione comporta da un lato nuovi costi per il welfare e dall'altro un calo della produttività. La questione è sociale ed economica. Intorno al 2015 la generazione del baby-boom inizierà ad andare in pensione.

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Tags Correlati: Angela Merkel | Berlino | Cina | Demografia | Horst Seehofer | Rainer Brüderle | Reiner Klingholz | Svizzera

 

Nella storia demografica vi sono casi simili da poter utilizzare per uscire dall'impasse?
La perdita entro il 2050 di 12-14 milioni di persone equivarrebbe allo spopolamento delle 12 principali città tedesche, da Berlino a Lipsia. Siamo alle prese con un fenomeno storico, mai visto prima. Anche dopo i periodi di guerra o di carestia, la popolazione aumentava per un eccesso di nascite rispetto al numero di decessi. Oggi il motore demografico è spento.
Altri paesi stanno affrontando la stessa situazione?
Molti paesi europei naturalmente, ma anche la Corea del Sud, il Giappone o la Cina. In quest'ultimo paese il tasso di natalità è sceso da 6,0 a 1,8 in pochi anni. In Iran, poi negli ultimi trent'anni, il tasso è crollato da 7,0 a 1,8. Oggi in Cina c'è un boom economico e quasi tutti lavorano, ma intorno al 2020 una fetta importante della popolazione inizierà ad andare in pensione.
Quali sono i suoi suggerimenti per risolvere la crisi demografica tedesca?
Credo che quattro siano i filoni da seguire: l'immigrazione di manodopera qualificata; migliori politiche famigliari; l'aumento della durata della vita lavorativa; nuovi investimenti nella formazione. In quest'ultimo campo, non possiamo permetterci che il 20% di una classe d'età sia marginalizzato.
Lei ha scritto su Der Spiegel che gli immigrati sono per molti versi la salvezza della Germania.
L'immigrazione non risolverà il problema, ma è un modo per adattarsi alla situazione. Gli imprenditori calcolano che per sovvenire ai bisogni dell'economia il paese dovrebbe attirare ogni anni tra i 70mila e i 400mila lavoratori stranieri. Non solo matematici o ingegneri, ma anche, per esempio, personale specializzato nella cura degli anziani. Per aumentare l'immigrazione ci sono tre possibilità: facilitare il ricongiungimento familiare, agevolare il diritto d'asilo, attirare lavoratori qualificati. Facciamo ben poco in questi campi: nel 2009 la Germania ha accolto 157 immigrati qualificati da paesi extra Ue.
Il ministro dell'Economia Rainer Brüderle propone un sistema a punti, ma il cancelliere Angela Merkel sembra contraria.
La signora Merkel sostiene che abbiamo un tasso di disoccupazione elevato e che prima di accogliere nuovi lavoratori bisogna garantire un'occupazione a chi è già in Germania. La disoccupazione è però soprattutto un problema di qualificazione, visto che abbiamo circa 500mila posti vacanti, a fronte di tre milioni di disoccupati. Quindi bisogna migliorare la formazione dei lavoratori, ma anche accogliere persone dall'estero, per via della crisi demografica.
Crede che questa crisi, comune ad altri paesi, possa avere conseguenze geopolitiche?
Assolutamente sì. È già in corso una battaglia tra i paesi per attirare immigrati. Da due anni, la Germania assiste alla partenza di persone che vanno in Svizzera, Polonia o Austria, nazioni più ricche o dinamiche. Alcuni paesi come Stati Uniti, Canada o Australia hanno politiche aggressive, possono contare su una lingua mondiale, l'inglese, e fanno networking. Cosa succederà quando anche la Cina, un paese di 1,35 miliardi di persone, cercherà manodopera immigrata per via dell'andata in pensione di una parte importante della popolazione?
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