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I regimi longevi che barcollano

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Questo articolo è stato pubblicato il 28 gennaio 2011 alle ore 06:37.


Che possa toccare anche a loro? Gli inossidabili "presidenti quasi a vita" di diversi paesi arabi non dormono sonni tranquilli. Dalle loro poltrone hanno visto il mondo cambiare. Usciti vittoriosi da elezioni, spesso con percentuali bulgare, hanno resistito a tutto. L'onda della rivolta dei gelsomini rischia ora di creargli problemi seri. Dalla Tunisia, allo Yemen, passando per Algeria ed Egitto, decine di migliaia di dimostranti sono scesi in piazza. Al grido «Vogliamo la nostra Tunisia», chiedono riforme democratiche, lavoro per tutti, libertà. Ma prima di tutto esigono che i loro longevi capi di stato seguano l'esempio dell'ex presidente tunisino Ben Ali: l'esilio, forzato.
L'ultima protesta ispirata ai fatti di Tunisi è scoppiata nel lontano Yemen, il più povero dei paesi arabi. Sedicimila persone sono scese in piazza nella capitale Sanaa, e in altre città, a chiedere le dimissioni del presidente. Difficile che il coriaceo Abdullah Saleh, 64 anni, decida di abdicare. Il Nuovo Yemen, nato nel 1990 dalla riunificazione tra Nord e Sud, non ha avuto altro presidente che lui. Saleh è un abile tessitore di relazioni in un paese rigorosamente islamico, dove domina un sistema tribale. Di fatto governa da 33 anni. «Essere al potere per più di 30 anni è abbastanza: Ben Ali ci è rimasto 23 anni», urlavano ieri gli yemeniti esasperati da un regime che ha mancato le promesse di riforma. Allarmato, Saleh ha promesso di non ricandidarsi alle prossime elezioni ed ha alzato gli stipendi dei funzionari pubblici. Ma il temperamento sanguigno degli yemeniti è imprevedibile.
Dell'anziano Mubarak, il rais dell'Egitto, si è già parlato molto; 82 anni, al potere da 30, il rais è uscito vincitore da ben cinque discusse tornate elettorali, criticate aspramente da diversi paesi. Fino a qualche giorno fa nessuno si attendeva un cambiamento alle prossime elezioni, in autunno. Se le precarie condizioni di salute di Mubarak non dovessero consentirgli di ricandidarsi, il successore designato è il figlio Gamal. Comunque andrà la rivolta, le cose sono ora cambiate, la partita si è fatta più incerta.
Nella turbolenta Algeria le proteste vanno avanti da più di una settimana. Un altro giovane disoccupato si è dato fuoco ieri, portando così a 13 la lista delle aspiranti torce umane (due persone sono decedute) in nove giorni. Quasi tutti protestano contro la dilagante disoccupazione e i rincari alimentari. Ad essere preso di mira è il governo di Abdelaziz Bouteflika, certo non un modello di democrazia. Arrivato al potere nel 1999, con davanti a sé un Paese distrutto da otto anni di guerra civile, Bouteflika è stato fortunato. Allora il petrolio si stava risollevando dai minimi del 1998, quando il barile crollò a 10 dollari. Rieletto nel 2004 con l'85% dei consensi, si trovò a gestire una ricchezza insperata. In soli 4 anni il greggio volò da 40 al record di 147 dollari. Bouteflika non è però riuscito a guarire il Paese dalla petrodipendenza. Anche questo è un boom senza benessere, che relega i giovani ai margini. Il governo sta cercando di correre ai ripari con colossali acquisti di grano, promesse di rimpasto (l'ultima ieri) e con misure meno usuali.Come la sospensione del ritiro delle patenti previsto per innumerevoli infrazioni.

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Tags Correlati: Abdullah II | Abdullah Saleh | Algeria | Al Qaeda | Ben Ali | Fronte islamico di salvezza | Habib Bourguiba | Hosni Mubarak | Jamahiriyah | Libia | Medio Oriente | Misure di sicurezza | Mohammed VI | Muhammar Gheddafi | Nuovo Yemen | Opec | Stati Membri | Tunisi

 

La Libia del colonnello Ghaeddafi, ricca di gas e petrolio, è uno dei pochi paesi arabi apparentemente immuni al virus tunisino. Non perché sia un perfetto esempio di stato di diritto. Probabilmente per il motivo opposto. Impensabile ribellarsi al pugno di ferro di Muhammar Gheddafi, il più longevo dei dittatori arabi. A soli 25 anni, nel 1969, organizzò un colpo di Stato, rovesciando re Idriss. Nel 1977 proclamò la Jamahiriyah, "lo stato delle masse". Da allora è sempre stato al suo posto. Eppure il vento di Tunisi ha trasportato i suoi semi anche qui. Con una piccola protesta nella città di al-Bayda. Una novità in un regime che, ancor più dei vicini, non tollera espressioni di dissenso e manifestazioni. Qualche protesta, più contenuta, legata ai rincari alimentari, alla disoccupazione e alla mancanza di libertà, c'è stata anche in Giordania e in Marocco. Ma i due giovani monarchi, Abdullah II e Mohammed VI, sono stati più abili nel concedere parziali riforme.
Obtorto collo, gli Stati Uniti spesso hanno dovuto trasformare i "presidenti quasi a vita" in importanti alleati. A loro è stata affidato un compito molto delicato: bloccare l'avanzata di partiti islamici giudicati pericolosi, e combatterre il terrorismo di al-Qaeda. Perdere il loro petrolio e il loro sostegno alla lotta contro il terrorismo fa paura. Finora si è preferito chiudere un occhio. Finora.
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I leader sotto assedio
ABDELAZIZ BOUTEFLIKA
In sella fino al 2014
È presidente dell'Algeria dal 1999 (con un mandato che scade nel 2014), al termine di una guerra civile sanguinosissima scoppiata nel '91, quando il governo annullò i risultati delle elezioni parlamentari che sancivano la vittoria del Fronte islamico di salvezza. Promotore di una politica di riconciliazione, sconta le violente tensioni sociali dovute ai rincari alimentari (+30%) e alla disoccupazione. Il 75% della popolazione è sotto i 30 anni
ZINE EL-ABIDINE BEN ALI
La prima vittima
Prima della fuga seguita alla rivolta dei giorni scorsi, il presidente della Tunisia era alla guida del paese dal 7 novembre 1987, quando con un colpo di stato subentrò ad Habib Bourguiba. Fondò la legittimità del suo potere sulla "caccia agli islamici": per questo Europa e Stati Uniti hanno visto in lui un baluardo del laicismo nel Maghreb. Povertà e disoccupazione hanno scatenato la rabbia dei tunisini, facendolo cadere
HOSNI MUBARAK
Il «faraone» egiziano
A 82 anni, è da quasi 30 al potere. Per le forze d'opposizione - a partire dalla maggiore, quella dei Fratelli musulmani, dichiarata illegale da diversi anni - non c'è mai stata alcuna minima possibilità di competizione. La rivolta scoppiata con la "giornata della collera" (per la «tortura, povertà, corruzione e disoccupazione») è cominciata al Cairo ed è poi dilagata in tutto il paese
ALI ABDALLAH SALEH
Il leader del paese più povero
Il presidente Saleh è al potere dal 1978 nell'unica repubblica della penisola araba. Accanto alla costante minaccia del terrorismo, c'è un enorme problema economico: lo Yemen è il paese più povero del Medio Oriente, con inflazione al 12%, disoccupazione al 35%, e oltre il 40% degli yemeniti che vivono con meno di due dollari al giorno. Ieri in migliaia hanno chiesto a Saleh di andarsene
AMICI SCOMODI
Interessi comuni
I presidenti-dittatori di alcuni paesi arabi come Egitto, Algeria e Yemen, pur al potere da diversi anni con elezioni molto controverse, hanno svolto finora un importante ruolo per gli Stati Uniti
Contro l'estremismo
Ricorrendo a misure poco democratiche, il presidente Hosni Mubarak ha agito da tappo di contenimento per contrastare l'ascesa del movimento islamico dei Fratelli musulmani, visto con preoccupazione dagli Usa e dichiarato illegale da parecchi anni ma che tuttavia gode di grande popolarità in Egitto
Il presidente yemenita Saleh è stato un importante alleato degli Stati Uniti, ricevendo anche importanti aiuti finanziari, nella guerra contro le cellule di al-Qaeda, ormai sempre più numerose in Yemen. Lo stesso dicasi dell'algerino Bouteflika, impegnato nella lotta contro le cellule salafite alleate ad al-Qaeda
Gas e petrolio
Paesi membri dell'Opec , Libia e Algeria sono anche due importanti produttori di petrolio e gas, che vendono a molti paesi occidentali

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