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L'economia perduta e le nostre culle vuote

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Questo articolo è stato pubblicato il 01 febbraio 2011 alle ore 09:56.
L'ultima modifica è del 01 febbraio 2011 alle ore 09:58.

Crescita, crescita e ancora crescita. Fino al punto di doverla "forzare", come ha detto nei giorni scorsi il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, se l'Italia vuole battere le previsioni. Che zero-virgola in più o in meno, dal Fondo monetario alla Banca d'Italia, indicano per il biennio 2011-2012 uno sviluppo fiacco, intorno all'1 per cento.
Salendo il Pil italiano pochissimo da almeno quindici anni, si poteva ragionevolmente pensare che l'emergenza-sviluppo avrebbe almeno favorito la crescita della cultura della crescita. Invece non è stato e non è così. Esemplare il modo in cui viene trattata, o meglio non trattata, la questione demografica e i riflessi condizionati che scattano non appena ci si pone il problema del "che fare".
Il tema ha dimensioni planetarie, investe il destino e la fortuna delle nazioni (tutte), s'abbevera di rapporti di ogni ordine e grado, da quelli della Cia (l'Agenzia dell'intelligence statunitense) all'ultimo degli uffici studi. Sappiamo con un discreto grado di approssimazione cosà accadrà nel mondo da qui al 2030 o al 2050.

L'Europa e l'Italia invecchiano (entro il 2050 un adulto su tre avrà più di 60 anni), l'America è più giovane e dinamica (alla stessa data, su 400 milioni di abitanti 350 saranno sotto i 65 anni), la Cina avrà invece già nel 2020 più di 400 milioni di cittadini sopra i 65 anni.
Sappiamo anche che nel 2030 nel mondo vi saranno 2,2 miliardi di musulmani, il 26,4% della popolazione mondiale, frutto del boom del tasso di nascite (+1,5% all'anno per vent'anni contro lo 0,7% della popolazione non islamica) di questa confessione.
Per restare all'Italia, dove l'età media è oggi 43,5 anni (contro 41,7 di dieci anni fa) e l'aspettativa di vita a quota 84 anni per le donne e 79 per gli uomini, i dati 2010 appena diffusi dall'Istat confermano un invidiabile e formidabile invecchiamento biologico (per esempio: gli over 85 sono 1 milione e 675 mila, il 2,8% della popolazione contro il 2,2 del 2001, gli ultra ottantenni sono il 6% e il 20% della popolazione ha già più di 65 anni) che si specchia però in un grigio calo della natalità.

L'anno scorso sono nati 557mila bambini, 12.200 in meno rispetto al 2009. Risultato: il numero medio di figli per donna è sceso a 1,40 dall'1,41 e 1,42 del 2009 e del 2008. Si è conclusa per le donne italiane - è l'algida quanto inappuntabile spiegazione dell'Istat - la «fase di recupero cui si era assistito per ampia parte dello scorso decennio». Insomma, invece che andare avanti torniamo indietro. Non c'è ricambio fisiologico delle generazioni: i giovani (sempre meno) appaiono in prospettiva schiacciati dal peso sociale dei più anziani (sempre più numerosi) con tutto quello che ne consegue in termini di sostenibilità del modello di welfare.

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Tags Correlati: Banca d'Italia | Bocconi | CIA | Demografia | Giorgio Napolitano | Istat

 

Per forza, si sente dire e si scrive: sono gli effetti della crisi, la più violenta da quella scoppiata nel 1929. È più difficile per tutti decidere se mettere al mondo un figlio. Siamo nel pieno della stagione dell'incertezza e della precarietà. La maternità è diventata un calendario dei rinvii associata al rinnovo o alla disdetta di un contratto a termine. Si può dare torto a una coppia di trentenni, poniamo il caso con un reddito magari sotto i mille euro al mese, che si fanno i conti in tasca e dicono «no, così non ce la facciamo a tirare su anche un figlio»?.

E figuriamoci due o tre. Nel paese dove la crescita non c'è anche perché la cultura della crescita (demografica) è venuta non da oggi meno, ed è considerata oggetto di studio buono per gli statistici o questione di quasi esclusivo interesse della Chiesa. Dunque, questione tecnica o "di parte", come tale da confinare un po' al lato del dibattito, come se il futuro della popolazione, mondiale e ovviamente italiana, non dipendesse in larga parte proprio dal futuro della natalità. Tema che riguarda tutti e che andrebbe letto senza gli occhiali del pregiudizio.
Già i primi segnali della "lowest low fertility", ha spiegato recentemente Francesco Billari dell'Università Bocconi di Milano, hanno mostrato come non fossero le società leader nel progresso socioeconomico a raggiungere i livelli di natalità piu bassi, come avremmo potuto pensare applicando meccanicamente la relazione «maggiore sviluppo uguale minor numero dei figli». Oggi sappiamo piuttosto che «la relazione sviluppo-natalità s'inverte a un livello elevato di sviluppo: quando le società sono molto avanzate, un maggiore sviluppo economico si accompagna a un numero di figli più elevato». Si faranno insomma sempre meno figli nelle società sviluppate e sempre più figli nelle società molto avanzate, avverte Billari.

Crescita, crescita: ma l'aumento del Pil può avvenire senza crescita demografica, senza la fiamma di una cultura razionalmente ottimista che scommette sul futuro ponendosi seriamente anche il problema di valorizzare i giovani che meritano, che investe in ricerca e in tecnologia e che, nelle scelte di politica fiscale, si pone ad esempio concretamente il problema di trattare con maggiore equità una famiglia con tre figli?
È per certi aspetti scontato che nell'Italia della cultura della crescita a bassa intensità s'alzi in volo la sempreverde "patrimoniale".
E che le correzioni del progetto del federalismo fiscale vadano prospettando, invece che una diminuzione della pressione fiscale, una direzione di marcia opposta, quando dovrebbero piuttosto puntare su una radicale risistemazione della spesa pubblica a costi inferiori.
Forse che con più fisco si fanno più figli?

guido.gentili@ilsole24ore.com

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