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Berlusconi: fino al 2013, con Bossi

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Questo articolo è stato pubblicato il 17 febbraio 2011 alle ore 06:41.


ROMA
Silvio Berlusconi arriva nella sala stampa di Palazzo Chigi non risparmiando sorrisi. Al suo fianco c'è Giulio Tremonti. Un modo plastico per diradare i sospetti su una presunta presa di distanza del ministro dell'Economia dal premier. Il Cavaliere ostenta sicurezza. Non vuole domande sul caso Ruby («domande solo in tema per favore, parliamo di economia»), rivendica i successi del governo, garantisce sulla forza della sua maggioranza in parlamento («arriveremo nei prossimi giorni a quota 325») e soprattutto ci tiene a far sapere che l'asse con Umberto Bossi è più saldo che mai. Il Senatur però sembra non così ottimista e poco dopo alla Camera sfoggia il consueto pragmatismo padano: «Se ha i numeri va avanti altrimenti cade da solo».
Il governo per Berlusconi non corre rischi. Anzi ora che non c'è più Fini «la maggioranza è più coesa». Tremonti accanto a lui si muove continuamente sulla sedia e quando arriva la prima, inevitabile domanda sul caso Ruby non nasconde il nervosismo. Berlusconi però ha già deciso che non è questa l'occasione per un'altra arringa contro i magistrati: «Per amor di patria di questo non parlo, ma non sono affatto preoccupato». Ma quando un giornalista gli chiede se il caso Ruby peserà sulla corsa di Mario Draghi alla presidenza della Bce sbotta: «Lei non è compos sui (lei non è in sé, ndr) e ora vada a farselo tradurre».
In parlamento intanto si lavora. Il Pdl è mobilitato per far rientrare all'ovile i futuristi in rotta con Fini. L'obiettivo annunciato dal Cavaliere di una maggioranza a 325 non sembra ancora però a portata di mano. Molti tra gli incerti attendono di capire se il premier riuscirà a superare lo tsunami giudiziario. Per farlo si punta a bloccare i processi.
La strategia politico-parlamentare dovrebbe concretizzarsi già la prossima settimana, con la presentazione del conflitto di attribuzioni tra poteri dello stato. Anzi, di due conflitti, sollevati sia dalla Camera che dal governo contro il decreto con cui il gip Cristina Di Censo ha rinviato a giudizio Berlusconi (il provvedimento è stato notificato ieri all'imputato). La decisione di raddoppiare il conflitto davanti alla Consulta viene motivata con il fatto che sia il parlamento sia il governo sarebbero stati lesi nelle loro prerogative dal comportamento dei magistrati di Milano, che non hanno trasferito il processo al tribunale dei ministri né hanno comunicato alla Camera la richiesta, e poi la decisione, sul rito immediato. Ma le motivazioni sono anche politiche: la Camera, infatti, potrà sollevare il conflitto soltanto se ci sarà il via libera dell'ufficio di presidenza, dove Pdl e Lega sono in minoranza. E se la pressione politica nei confronti del presidente Gianfranco Fini non dovesse dare i risultati sperati, il conflitto si arenerebbe. Resterebbe quindi sul tavolo quello sollevato dal governo, anche se su questo potrebbe essere difficile superare persino il vaglio di ammissibilità da parte della Consulta.

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Tags Correlati: Bce | Camera dei deputati | Corte Costituzionale | Cristina Di Censo | Gianfranco Fini | Giulio Tremonti | Giustizia | Il Cavaliere | Italia | Lega | Mario Draghi | PDL | Senato | Silvio Berlusconi | Umberto Bossi

 

Poiché il conflitto non sospende il processo, il 6 aprile i legali del premier contesteranno comunque, davanti al tribunale, la competenza della magistratura ordinaria, tentando di ottenere il trasferimento del processo al tribunale dei ministri, per la concussione, e al tribunale di Monza, per la prostituzione minorile, nonché la nullità di tutti gli atti raccolti dall'accusa. Parallelamente, la maggioranza forzerà i tempi sul processo breve: il ddl approderà a marzo nell'aula della Camera per essere approvato, con tempi contingentati, in un paio di settimane e poi passare al Senato per il sì definitivo.
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