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Questo articolo è stato pubblicato il 10 aprile 2011 alle ore 08:12.

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La polizia aveva chiuso gli ospedali per impedire alla gente di andare a prendere i morti di venerdì. Ma non c'è stato nulla da fare: i funerali si sono celebrati e anche ieri a Daraa è stata una giornata di manifestazioni.

Non sono scesi in strada solo gli oppositori nella città dove il mese scorso sono iniziate le proteste contro il regime di Bashar Assad. Già al mattino, secondo alcuni testimoni, sono state organizzate manifestazioni nel distretto sunnita di Latakia, a Nord di Damasco, dove ci sarebbero stati duri scontri con le forze di sicurezza del regime. Scontri anche a Douma, alle porte della capitale. Non ci sono notizie di vittime ma gli oppositori dicono che la polizia ha di nuovo usato le armi.

Mai tuttavia nella Siria della famiglia Assad e del partito Baath si era visto qualcosa di simile a venerdì. Almeno 37 morti soprattutto a Daraa, manifestazioni in decine di luoghi e centinaia di migliaia di manifestanti, secondo l'opposizione. Barack Obama ha chiesto di fermare le violenze e Catherine Ashton, il "ministro degli Esteri" europeo, ha invitato il regime a concedere «significative riforme politiche». Quella di venerdì è stata definita la giornata con le proteste più massicce con il più alto numero di vittime da quando a febbraio sono iniziate le manifestazioni. E contro questa gente, dice Ammar Qurabi della Commissione siriana per i diritti umani, «è stato commesso un crimine contro l'umanità». Il regime sostiene che fra le 37 vittime ci siano stati 16 agenti di polizia.

L'opposizione cresce di giorno in giorno ma manca di leadership e di organizzazione. In Siria lo stato d'emergenza è in vigore dal 1963; e non esistono partiti al di fuori del Baath che, dice la Costituzione scritta dal regime, è la sola guida della nazione. Queste sono esattamente le richieste fondamentali e non negoziabili dell'opposizione per fermare le manifestazioni: la fine dello stato d'emergenza che rende illegale qualsiasi assembramento, e il diritto di creare e legalizzare i partiti. Se il regime militare e poliziesco di Assad accettasse questo, sarebbe l'inizio della sua fine.

Per questo il ministero degli Interni promette «fermezza» contro le manifestazioni e nessuno del governo parla di dialogo e di concessioni. Le poche solo promesse nei giorni scorsi, sono state respinte come insufficienti. Le hanno rifiutate anche i 200mila curdi del Nord Est ai quali Bashar Assad aveva promesso la cittadinanza siriana, fino ad ora mai avuta.

Senza che si possa prevedere una via d'uscita all'instabilità ormai quotidiana, ancora una volta ieri nessuno è riuscito a fermare gli abitanti di Daraa. Nonostante la presenza massiccia delle forze di sicurezza, la gente è andata negli ospedali a prendere le vittime di venerdì e le ha portate alla moschea di Omari, un altro simbolo della protesta siriana. Dopo il funerale i cittadini sono tornati in strada. Ci sarebbero stati altri scontri e nuove vittime. Ma le notizie sono frammentarie: da Daraa nessuno entra e nessuno esce.

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