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Questo articolo è stato pubblicato il 17 aprile 2011 alle ore 19:35.

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La Cina si compra un pezzo di Laos (per farci casinò e zona franca)La Cina si compra un pezzo di Laos (per farci casinò e zona franca)

«Questa è Cina» dice un giovane impiegato del Royal Hotel di Boten, una cittadina lao. A meno di un chilometro dal confine con la Cina, ma pur sempre in Laos. «No, è Cina» riafferma deciso l'impiegato per controbattere l'obiezione. Tutto sommato, ha ragione lui. E non solo perché a Boten si parla cinese, la maggioranza della popolazione è cinese, la valuta corrente è il renminbi, si mangia alla cinese e si beve tè e non caffè, come in Laos.

Questa è Cina perché rientra nella Boten Special Economic Zone, un'area di 52 kmq che il governo Lao ha dato in concessione alla Boten Golden Land, una compagnia di Hong Kong, cedendole tutti i profitti, ogni diritto e potere, a eccezione di quello militare, giudiziario e diplomatico. E' la tecnica consolidata nei secoli dai mercanti cinesi Teochiu: "erano soddisfatti di controllare l'economia e lasciavano ad altri il controllo dell'esercito, della polizia e del governo", scrive Sterling Seagrave in "Lords of the Rim", saggio sull'influenza cinese in sud-est asiatico.

A Boten il controllo economico si manifesta soprattutto nei piani immobiliari: la fase 1, appena conclusa, comprende due casinò e immensi condomini che alloggiano tutti quelli che a Boten trafficano e lavorano. Molti, però, sono disabitati o semivuoti, in attesa dei nuovi inquilini previsti per le due fasi successive, quando saranno aperti altri casinò, alberghi, centri commerciali. E un campo da golf a 18 buche.

Quella che appare a Boten è un'immagine metafisica in cui le piazze sono spianate di detriti di ciò che era il precedente villaggio lao, oltre le quali s'innalzano palazzi color pastello in stile disney-dorico-liberty; dove le nuove strade indicate da cartelli segnaletici cinesi e delimitate da file di negozi dalle serrande ancora abbassate, intersecano vicoli bordati da baracche e canali di scolo. In questo impianto urbano, che sembra disegnato da un programmatore di videogame postatomici, si alternano negozi in duty-free che vendono sigarette americane e cognac francesi, sale gioco, biliardi e pornoshop. Questi, oltre ai tradizionali accessori erotici, espongono eleganti confezioni metalliche in vendita a circa 50 euro: racchiudono tre fiale di bile d'orso adagiate su un panno di stoffa rossa. Molto più cara la cistifellea d'orso: circa 800 euro. Quei magici elisir di potenza virile sono prodotti locali: in uno dei palazzi di Boten, accanto a un condominio riservato alle prostitute, a quanto pare, sono "allevati" in gabbia alcuni orsi da cui è regolarmente drenata la bile e che poi sono macellati (la carne d'orso è una delle specialità dei ristoranti locali, che espongono cartelli con ogni genere d'animale esotico).

Oltre al gioco, agli stimolanti sessuali e alle ghiottonerie, Boten offre ai visitatori cinesi molta compagnia: i bordelli sono l'esercizio commerciale più diffuso, in forma di negozi di parrucchiere o sale massaggio, mentre attorno all'albergo e ai casinò le prostitute fermano gli uomini consegnando un biglietto da visita disegnato a fiorellini col loro numero di cellulare.

Di fronte a tale invasione i contadini lao non possono, né sembrano volere, opporre resistenza. «Le nostre vite scorrono lente. Non come là» dice uno di loro, indicando la strada che porta verso Boten. Proprio dove vivevano lui e la sua famiglia, prima di essere trasferiti con tutto il villaggio poco più a sud. In compenso, i cinesi hanno offerto lavoro a lui e ai suoi compaesani come manovali e muratori. Sono loro, nuovi coolie, a costruire la strada.

Il motivo ufficiale per cui il governo di Vientiane ha approvato la costituzione delle zone economiche speciali è proprio questo: sono "parte di uno sforzo per creare lavoro e reddito per il popolo Lao". Un paese inserito tra le "less developed country" (LDC), con un tasso di malnutrizione infantile e di mortalità materna tra i più alti al mondo, ne ha davvero bisogno. Intanto però, i piccoli commercianti lao sono stati schiacciati dalla concorrenza cinese, e quegli stessi contadini sono stati privati di quasi tutta la terra. Sulle colline attorno a Boten resta solo qualche quadrato di risaia, qualche macchia di bambù e banani. Tutto il resto è stato disboscato per far posto a piantagioni di alberi della gomma gestite da compagnie cinesi.

Secondo il Transnational Institute (TNI) of Policy Studies, network internazionale di ricercatori e attivisti politici di base in Olanda, la monocoltura della gomma nel nord del Laos e della Birmania rientra in un progetto del governo cinese per contrapporsi alla coltivazione dell'oppio e integrare quelle zone remote in un più vasto mercato regionale. Tuttavia, mentre "all'inizio la nuova coltura era gestita tramite accordi diretti con i piccoli coltivatori, ora si afferma un modello coercitivo dall'alto e i più poveri dei poveri beneficiano al minimo di tali investimenti".

Quello che accade a Boten, è interpretato in modo inquietante da due antropologi del TNI, Chris Lyttleton & Pál Nyíri. Ciò che è presentato come una manifestazione del Beijing Consensus - politica cinese di accreditarsi in altri paesi con aiuti economici senza contropartite politiche -, non sarebbe altro che la versione cinese della politica delle concessioni extraterritoriali imposta alla Cina dall'Occidente nel XIX secolo. E' un'ipotesi che trova molte coincidenze. La politica delle concessioni fu attuata soprattutto lungo la costa del sud della Cina per stabilire centri di scambio sulle rotte commerciali tra Europa e Oriente e permettere ai mercanti inglesi e francesi di controllare i traffici con la Cina. Oggi la Cina ha semplicemente modificato la prospettiva. Secondo l'affascinante ipotesi geopolitica esposta da Robert Kaplan nel libro "Monsoon", mentre l'Occidente cercava si espandere la propria influenza orizzontalmente, seguendo le rotte verso Oriente, la Cina si espande "verticalmente", lungo direttrici che portano dal cuore del Regno di Mezzo sino al sud-est asiatico.

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