Storia dell'articolo

Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 01 maggio 2011 alle ore 08:13.

My24


La chiusura totale agli aiuti europei al Portogallo sull'orlo del fallimento ha ceduto il posto a una cauta apertura: Timo Soini, il leader del partito populista Veri finlandesi che nelle elezioni del 17 aprile ha trionfato a Helsinki, l'ha lasciato intendere ieri in un'intervista alla tv pubblica Yle: «È possibile, è quello che negozieremo, né ho il timore di passare per un voltagabbana: in politica non mi preoccupa nulla». Il riferimento è proprio alla campagna elettorale tutta impostata contro il bailout di Lisbona, che ha fruttato al partito di Soini 39 seggi (nelle precedenti elezioni ne aveva raccolti 5).
Ma la settimana prossima partono le consultazioni per la formazione del Governo, e il premier designato, l'europeista Jyrki Katainen leader della Coalizione nazionale, il primo partito della Finlandia, ha sempre garantito il proprio appoggio ai piani di salvataggio. Meno scontato il sostegno dei socialdemocratici, all'opposizione nel Governo uscente e secondi dopo il voto, che paiono però intenzionati a privilegiare la stabilità interna e a velocizzare la formazione dell'Esecutivo. Di qui il passo indietro di Soini e la possibilità di un'intesa prima del 16 maggio, giorno in cui i ministri delle Finanze europei discuteranno degli 80 miliardi che daranno ossigeno al Portogallo.
La delicata situazione finlandese, dovuta anche al fatto che il sì agli aiuti passa per il voto del Parlamento (diversamente dagli altri Paesi dell'Eurozona), dà un segnale preciso e riflette un sentimento diffuso. A mugugnare sui Paesi in crisi, sul ciglio del burrone, sono le prime sei della classe. Il resto d'Europa media, chiama in causa il principio di solidarietà all'interno della compattezza dell'Unione monetaria, lavora per superare o aggirare gli ostacoli. Posti, essenzialmente, dai "ricchi": Finlandia, appunto, Olanda, Francia, Germania, Austria e Lussemburgo, i sei che hanno un rating a tripla A. Paesi dove sale la popolarità di movimenti euroscettici, contrari a salvataggi considerati iniqui rispetto agli sforzi dei loro Governi e soprattutto delle popolazioni in anni difficili per tutti.
Le caratteristiche di questi gruppi sono comuni, dai finlandesi di Soini agli olandesi di Geert Wilders, dai francesi di Marine Le Pen agli austriaci del Freedom of Party. Nazionalismo, xenofobia, l'Unione europea vista come una zavorra in cui sono finiti loro malgrado, l'euro da cui uscire al più presto, gli immigrati da rispedire nei Paesi d'origine, in qualche caso la presenza dell'Islam da rigettare con forza.
«Berlino non intende usare i soldi tedeschi per risolvere i problemi degli altri»: non c'è l'aggressività di un leader populista, dietro queste parole, ma la posizione del cancelliere tedesco Angela Merkel nell'ormai lontano ottobre 2008, a fronte dell'allora proposta francese di costituire un fondo europeo di emergenza per le banche in difficoltà. Si era in piena crisi finanziaria, tempi lontani, eppure forieri di quanto è seguito. La ritrosia di Berlino, sottile o meno che fosse, è stata un filo rosso che ha scandito i momenti più difficili: la Grecia sull'orlo della bancarotta nel 2010, poi la caduta dell'Irlanda e ora il Portogallo. Tutti sopravvissuti grazie ai fondi salva-Stato costituiti tra mille compromessi in seno all'Eurozona (l'European financial stability facility e, a partire dal 2013, l'European stability mechanism). Una montagna di miliardi perché l'Unione non si sfaldi nei momenti di emergenza, accanto a obbligati percorsi di austerità e rigore.
Ma la sopravvivenza di questi Stati - e ora potrebbe toccare alla Spagna - ha dato la stura all'insofferenza e agli estremismi populisti. «Se verrò eletta all'Eliseo proporrò un referendum per far uscire la Francia dall'Unione europea», ha urlato recentemente Marine Le Pen, alla guida del Front National in ascesa nei sondaggi. Consapevole, peraltro, di trovare terreno fertile: nel 2005 i francesi votarono no alla Costituzione europea. Proprio come gli olandesi. Che l'anno scorso hanno quasi triplicato i consensi al biondo Geert Wilders, un signore costretto a vivere sotto scorta, processato per istigazione all'odio razziale. Il suo Pvv è diventato la terza forza sulla scena politica. «Non avremmo dovuto approvare le misure a sostegno della Grecia, né quelle per l'Irlanda. Paesi che, per essere onesti, non solo hanno mentito ma hanno combinato un macello. Noi olandesi ci siamo sempre attenuti alle regole, rispettando i criteri disposti dai Trattati», ha rivendicato Wilders.
Il vento anti-europeista soffia forte. Ai Paesi ricchi, se vogliono preservare l'Unione, spetta il compito di contenerlo. Proprio con l'argine sicuro della loro tripla A.
eliana.dicaro@ilsole24ore.ocm
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Shopping24

Dai nostri archivi