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Questo articolo è stato pubblicato il 21 giugno 2011 alle ore 13:34.

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L'Italia unita ma non dalla ricchezza: in 150 anni Nord e Sud sempre più lontaniL'Italia unita ma non dalla ricchezza: in 150 anni Nord e Sud sempre più lontani

Non è una novità che nonostante 150 anni di Unità, in Italia esista ancora un profondo divario economico fra Nord e Sud. La novità, piuttosto, è che questo stesso divario sia sia sempre più ampliato, soprattutto negli ultimi anni: se nel 1861, infatti, un abitante del Sud aveva una probabilità superiore al 50% di essere povero rispetto a un cittadino del Nord, oggi questa stessa probabilità è ancora più elevata. E questo nonostante il tasso di povertà assoluta si sia drasticamente ridotto, passando dal 43,9% del 1861 al 4,4% del 2011.

A ricostruire la storia dell'andamento dei redditi dell'Italia unita è il volume "In ricchezza e in povertà. Il benessere degli italiani dall'Unità ad oggi", a cura di Giovanni Vecchi, docente di economia politica all'Università Tor Vergata di Roma, edito dal Mulino e presentato oggi nella sede del Cnel. Una storia dell'Italia vista secondo la ricchezza dei suoi abitanti, scritta analizzando ben 20mila bilanci familiari dei primi 100 anni di storia unitaria, messi a confronto con indagini dell'Istat e della Banca d'Italia, dal quale emerge un Paese che è cresciuto a ritmi sostenuti e che oggi, però, sta rallentando.

Pil cresciuto di 13 volte dal 1861
Per quanto riguarda il Pil, questa tendenza è in atto già da due decenni: se dal 1861 il Pil per abitante italiano è aumentato di ben tredici volte, dal 1991 circa avanza alla velocità dello 0,6% all'anno. E' stato calcolato che occorreranno 125 anni perché il reddito medio raddoppi, inoltre in un contesto in cui i redditi più alti sono gli unici a crescere sensibilmente, a fronte di un sostanziale blocco di quelli più bassi e di un galleggiamento di quelli medi. Oggi l'indice di disuguaglianza dei redditi, dopo essere precipitato dal 40% del 1971 a meno del 30% nel 1982, è risalito e oscilla fra il 33 e il 35%. Inoltre, chi è povero sembra condannato alla povertà, visto che il 90% dei casi è cronico, e oggi sia sta diffondendo la percezione di insicurezza anche fra chi può fare affidamento su un reddito. Tempi decisamente diversi dal 1989, quando l'indice di povertà assoluta dell'Italia unitaria scese al 3%, il livello più basso mai raggiunto.

Se il Sud fosse cresciuto come il Centro Nord, il Pil procapite sarebbe più alto del 20%
C'è poi l'importante capitolo del persistente divario fra Nord e Sud del Paese: già nel 1871 l'area più ricca dell'Italia era il Nord Ovest, che aveva un vantaggio di circa il 25% sul Sud, vantaggio che si è rafforzato a partire dal secondo dopoguerra, tanto che nel 1951 il Pil di quelle Regioni è del 50% maggiore della media italiana. Tuttora, la povertà assolua al Sud è del 10%, mentre al Nord si ferma al 2,2%. E come sarebbe l'Italia se il Mezzogiorno fosse cresciuto agli stessi ritmi del Nord e del Centro? Secondo gli autori, avremmo un Pil per abitantes superiore del 20% circa del valore attuale e potremmo superare Francia e Germania, raggiungendo il livello della Gran Bretagna.

Con la ricchezza aumenta anche la vita media: oggi è 82 anni, nel 1871 si fermava a 29
La ricchezza, poi, è messa in relazione con altri dati riguardanti la salute, l'istruzione, la nutrizione e il lavoro minorile: uno degli aspetti più eclatanti è certamente l'innalzamento dell'aspettativa di vita, balzato da soli 29 anni del 1871 agli 82 del 2011, dato che ci porta ad essede il quarto Paese con la più lunga vita media, dopo Giappone, Svizzera e Australia e che è stato conquistato anche grazie a una generosa spesa pubblica, che oggi, secondo lo studio, si attesta al 40% della spesa totale e grava per il 75% sul bilancio delle Regioni. (Ch. B.)

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