Storia dell'articolo

Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 09 luglio 2011 alle ore 08:14.

My24


Cosa è accaduto all'89 arabo? Sembrava un domino entusiasmante: ogni mese una dittatura in meno come nell'89 europeo da Berlino a Vladivostock. Invece non c'è Paese dove le libertà si siano saldamente affermate: da qualche parte s'intravedono, altrove non esistono. La primavera meteorologica 2011 è terminata e quella politica si avvicina a un lungo inverno.
Nemmeno il 1989 europeo fu così veloce, a dire il vero. Ad agosto incominciò la Polonia a liberarsi del comunismo. In ottobre seguì l'Ungheria, a novembre cadde il Muro di Berlino, poi la Cecoslovacchia e la Bulgaria. A dicembre la dittatura rumena finì con una fucilazione. Ma l'inizio della fine era cominciato nel 1985, quando Mikhail Gorbaciov fu nominato segretario del Pcus e nell'anno successivo, quando incominciò la glasnost, la trasparenza. Solo il 24 dicembre 1990 Boris Eltsin scrisse al segretario generale dell'Onu per annunciargli che da quel momento il posto dell'Urss al Consiglio di sicurezza sarebbe stato preso dalla Russia. Nemmeno allora finì l'89. La Yugoslavia iniziò ad affondare nel sangue nel 1991 e ne riemerse solo nel 2000 con la fine della dittatura di Milosevic. La grande trasformazione dell'Est europeo durò 13 anni.
La Primavera araba continuerà nell'estate, in autunno e durerà per molte altre stagioni. Forse qualcuna di più che nel vecchio mondo comunista, perché i regimi mediorientali non sono così omogenei e del tutto finti come quelli dell'Europa orientale. Ci sono monarchie e repubbliche, sciiti e sunniti, pro e anti occidentali. Alcuni sono militarmente attrezzati per resistere; altri talmente ricchi da non avere bisogno di altro per un bel po'. Molti autocrati rappresentano il nazionalismo dei loro compatrioti. Nel sistema comunista no, prima veniva il dovere internazionalista.
Nell'Est le cose cambiarono quando il centro dell'impero si mise in discussione. Se il Cairo è il cuore d'Arabia come Mosca lo era del suo mondo, il contagio democratico dipenderà da come andrà in Egitto, dove ieri centinaia di migliaia di dimostranti sono tornati in piazza Tahrir, al Cairo, per denunciare la lentezza delle riforme e invocare processi più trasparenti e rapidi contro gli esponenti dell'ex regime.
Le preoccupazioni della politica e del business non sono una novità. Anche allora, quando i tedeschi volevano la riunificazione, Giulio Andreotti sintetizzava la generale paura del nuovo, ricordando di essere così affezionato alla Germania da continuare a preferirne due. Gli Usa continuarono a sostenere Gorbaciov quando l'uomo nuovo era ormai Eltsin.
Però è vero che la rivoluzione dell'Est europeo suscitò molto più entusiasmo e solidarietà. Lo stupore per la fine della Guerra fredda fu rapidamente sostituito dalla fiducia che la democrazia potesse prevalere. Forse dovremmo ascoltare meglio quello che pensano gli arabi, geograficamente vicini eppure così distanti dalla nostra conoscenza (anche loro ci conoscono poco). Per loro sono due le fasi fondamentali della storia contemporanea. La creazione dello stato-nazione moderno negli anni Venti, quando le potenze coloniali europee incominciarono a favorirlo. E gli anni Cinquanta e Sessanta, quando i militari presero il potere: da Nasser in poi salì al vertice una classe dirigente acerba. Spazzò via la borghesia che si stava affermando e gli Stati di polizia che creò, ridussero i cittadini in servitori. Ora la gente rivendica il ruolo negato.
Sospettare che un Governo più democratico non ci sia più amico di un regime autoritario è come dichiarare la sconfitta dei nostri valori fondamentali. Nell'ordine d'importanza di una politica adeguata, il nostro dovere di sostenere le aspettative degli arabi non è meno importante delle ragioni strategiche. Stiamo scoprendo che aiutare a piantare i semi della democrazia araba è l'arma più efficace per la nostra stessa sicurezza.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Shopping24

Dai nostri archivi