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Questo articolo è stato pubblicato il 16 luglio 2011 alle ore 09:36.

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di Marco Mobili
ROMA. Se non si ribalta poco ci manca. Il rapporto tra nuove entrate e minori spese esce stravolto dopo il passaggio in Parlamento della manovra e il maxiemendamento del Governo. La manovra licenziata definitivamente ieri a Montecitorio e già promulgata dal Capo dello Stato, per il 60% produrrà maggiori entrate e per il restante 40% inciderà sulla spesa. A ribaltare il rapporto è stato l'inserimento al Senato della norma che prevede per il 2013 e il 2014 il taglio delle agevolazioni fiscali, per 4 miliardi il primo anno e per 20 nel secondo.

Nel testo iniziale, sia nel 2011 che nel 2012, le maggiori entrate producevano un effetto marginale sui saldi, mentre nel biennio successivo la riduzione del deficit operava prevalentemente attraverso il contenimento delle spese: circa il 61% nel 2013 e il 74% nel 2014. Ora dal testo licenziato dalle Camere, nel 2011 all'apporto più significativo delle entrate, cui è affidato circa l'89% della correzione, si unisce una contenuta riduzione della spesa. Nel 2012 l'apporto alla manovra netta è interamente legato alle entrate, a fronte di un aumento delle spesa. Nel biennio successivo, entrambe le componenti contribuiscono al miglioramento dei saldi, anche se resta prevalente l'apporto delle entrate: 54,6% nel 2013 e 60,1% nel 2014.

A conti fatti tra maggiori entrate e minori spese la manovra approderà sulla Gazzetta Ufficiale con saldi rinforzati passando dagli iniziali 25,3 miliardi ai 47,9 miliardi attesi per il pareggio di bilancio del 2014. Nel ricordare che l'effetto nei quattro anni è incrementale e non aritmetico, in quanto le misure adottate producono effetti strutturali, la manovra avrà un effetto di riduzione dell'indebitamento netto pari a 2,1 miliardi nell'esercizio in corso, 5,6 miliardi nel 2012, 24,4 miliardi nel 2013 e, come detto, di 47,9 miliardi nel 2014. Il che tradotto in termini di incidenza sul Pil, vorrà dire una correzione sul prodotto interno lordo del 2,7% nell'ultimo anno.

In termini di contenuti sono due i capitoli su cui si sarebbe forse potuto fare di più. I costi della politica dove sono fissati principi generali, ma in un momento di coesione nazionale l'effetto in termini di 'sacrificio' economico è di fatto risibile. Tra i principi fissati viene previsto che il trattamento economico dei titolari di parlamentari e titolari di cariche pubbliche non può superare la media ponderata rispetto al Pil degli stipendi percepiti nei sei principali paesi Ue (inizialmente erano 27 i paesi di riferimento).
Qualche contributo in più lo si aspettava anche sull'altro capitolo dello sviluppo. Fatta eccezione dei 623 milioni appostati per il 2011, i 650 per il 2012, i 900 per il 2013 e gli 1,2 miliardi per il 2014 in termini di spesa in conto capitale e destinati alle infrastrutture, per il rilancio del sistema produttivo e la competitività del Paese nel menù finale c'è poco o nulla.

Sulle privatizzazioni e liberalizzazioni poi arrivano due norme 'programmatiche': entro il 2013 giungerà il via libera a uno o più piani di privatizzazioni per la dismissione di partecipazioni azionarie dello Stato e di enti pubblici non territoriali; sulle liberalizzazioni delle professioni si rinvia il confronto con le categoria, prevedendo che trascorsi 8 mesi tutto ciò che non sarà regolamentato sarà libero.

In termini di maggiori entrate le poste più ricche arrivano dall'annunciato taglio delle agevolazioni, dal bollo sul deposito titoli, dall'aumento dell'Irap per banche, assicurazioni e concessionari e dalla stabilizzazione dell'aumento dell'accisa della benzina: aumento che peserà nelle tasche degli italiani a partire dal 2012 per ben 2 miliardi di euro.

Ad allarmare i contribuenti è soprattutto, però, il taglio del 5% per il 2013 e del 20% a partire dal 2014 che, se non sarà selettivo, finirà per colpire tutti i bonus garantendo all'Erario un recupero di gettito a regime pari a 20 miliardi di euro. La tagliola sulle agevolazioni, esenzioni, detrazioni e aliquote ridotte non verrà applicata soltanto se entro il 30 settembre 2013 la delega con la riforma fiscale e assistenziale avrà prodotto i suoi effetti.
A pagare un conto salato che nel 2014 toccherà i 2,4 miliardi di euro di maggiori carichi fiscali (si veda il servizio a pagina 6) saranno le imprese.
Sanità e pensioni sono le altre due voci dove lo Stato conta di recuperare risorse. Nel primo caso con la stretta sui ticket sanitari. Nel secondo con una serie di interventi mirati, tra cui la rivalutazione delle pensioni, l'introduzione del contributo di solidarietà sulle pensioni d'oro, l'aggancio all'aspettativa di vita e dal 2020 l'aumento dell'età di pensione per le donne del settore privato.

Altro contributo consistente arriva dai ministeri che a regime dal 2014 si vedranno congelare 5 miliardi se non convergeranno verso i costi standard. A questi si devono aggiungere i 2,4 miliardi accantonati a fine anno in attesa dell'asta sulle frequenze Tv e ora definitivamente dirottati al miglioramento dell'indebitamento.

Regioni e Comuni, infine, si vedranno ridurre ancora i trasferimenti per un totale di 6,4 miliardi di euro.

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