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Questo articolo è stato pubblicato il 08 agosto 2011 alle ore 06:37.

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I depositi delle famiglie calano in nove regioni (Corbis)I depositi delle famiglie calano in nove regioni (Corbis)

Un Paese di "formiche" che da quattro anni porta sulle spalle il peso insopportabile di una lunga crisi. Ai colpi di maglio, oggi più grevi che mai, delle turbolenze le famiglie italiane hanno cercato di rispondere rifugiandosi nella protezione del risparmio. E la riscoperta del conto bancario, magari anche a scapito della redditività, non è stata messa in discussione dalla recessione. Anzi, conti correnti e conti-deposito sono rimasti in cima alle preferenze dei risparmiatori italiani.


Dall'inizio del 2008, quando già si avvertivano i primi sinistri scricchiolii della recessione, al 31 maggio 2011 (ultimi dati disponibili della Banca d'Italia) i depositi bancari medi per famiglia sono cresciuti di circa 1.500 euro, da 21.821 a 23.426. In valori nominali, un +7,4 per cento. Peccato che nello stesso periodo, costellato da continue rinunce e da progressivi disinvestimenti da altri asset, a erodere questo pacchetto ci si sia messa anche l'inflazione. Utilizzando infatti l'indice di rivalutazione monetaria dell'Istat (relativo a famiglie operai e impiegati (Foi), la crescita dei prezzi è stata del 6,8 per cento. Dunque, in termini reali, il deposito bancario medio della famiglia italiana è aumentato di un piccolo 0,6 per cento.

Analizzando, però, il dettaglio territoriale - come evidenzia un'indagine elaborata dal Centro studi Sintesi per Il Sole 24 Ore su dati Banca d'Italia (vedi grafico e tabella in pagina) - la realtà non è omogenea.
Infatti i depositi sono aumentati in 11 regioni, mentre nelle altre nove sono diminuiti. La più brillante si è dimostrata la Valle d'Aosta (+5,3%), che ha superato di un'incollatura la Liguria (+5,2%), mentre più distante si è piazzato il Friuli Venezia Giulia (+4%). Maglia nera è l'Umbria (-7,9), ma nel gruppo dei territori con il segno "meno" spiccano soprattutto realtà del Centro e del Mezzogiorno.
A livello provinciale, invece, l'Italia si presenta quasi spaccata a metà: 33 province hanno visto crescere i depositi, altre 65 al contrario fanno registrare il segno "meno" (sono escluse le province della Sardegna perché la recente riformulazione dei confini amministrativi rende impossibile ricostruire i flussi monetari tra il 2007 e il 2011).

Tra i più virtuosi spiccano Rimini, L'Aquila e Biella, che occupano i tre posti del podio grazie a performance positive a due cifre: rispettivamente +19,8%, +19,3% e +11,2 per cento. All'opposto si trova Crotone, che fa segnare il tonfo peggiore, con un -15,4%, seguita da Reggio Emilia (-11,4%) e Arezzo (-11,1%).
È l'altra faccia di un Paese a crescita zero virgola, che già a luglio aveva fatto emergere l'indagine 2011 sul risparmio degli italiani curata da Centro Einaudi e Intesa Sanpaolo: quest'anno c'è più di un italiano su due (52,8%, massimo storico) che non è in grado di risparmiare. Non solo: chi lo fa riesce a mettere da parte solo il 9% del proprio reddito, lo 0,8% in meno dell'anno scorso.
È pur vero che ancora recentemente la Banca d'Italia ha sottolineato come il patrimonio finanziario netto delle famiglie italiane sia pari a 2.570 miliardi, contro i 2.010 della Francia e i 1.980 della Germania. Insomma, il "formicaio" ha ancora riserve per fronteggiare un inverno economico che sarà lungo, ma - si spera - non così a lungo e non così rigido.

Ricchezza parcheggiata
Secondo l'ultima indagine annuale Intesa Sanpaolo-Centro Einaudi, il 60% dei 1.057 capifamiglia intervistati tra febbraio e marzo ha dichiarato di tenere su un conto almeno il 10% della propria ricchezza finanziaria, e il 30% ne investe almeno un terzo. La «protezione» del risparmio si rafforza in cima alle preoccupazioni delle famiglie italiane (58,3% delle risposte). E l'esigenza di «liquidità» (15,9%) ha addirittura superato quella di «redditività» sia nel breve termine (14,8%) sia nel lungo termine (7,8%). Il risparmio resta sinonimo di «precauzione» (48%), mentre solo il 12,7% pensa subito a «previdenza»

Fuga dalle azioni
Sempre in base ai dati dell'indagine Centro Einaudi-Intesa Sanpaolo, emergono con chiarezza i comportamenti sempre più cauti da parte delle famiglie: scende al 12,5% la quota di chi investe in azioni (era il 31,8% nel 2003 e il 19,6% l'anno scorso); maggiore fiducia nelle obbligazioni, a cui si rivolge un risparmiatore su quattro, anche se il 39,9% le ritiene rischiose, contro il 16% di dieci anni fa. Il sogno degli italiani resta comunque il mattone: l'82% del campione considera la casa l'investimento più sicuro, ma chi ha potuto permettersene una negli ultimi 12 mesi è stato solo il 4,2% degli italiani

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