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Questo articolo è stato pubblicato il 23 agosto 2011 alle ore 06:44.

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NEW YORK - Sono due le parole al centro delle cronache finanziarie di questi giorni, alle quali guardano operatori e analisti americani: Jackson Hole. Cioè la località del Wyoming dove si tiene l'incontro annuale di banchieri centrali ed economisti organizzato dalla Federal Reserve di Kansas City, e dove si discuterà del rilancio della crescita economica globale.

L'attesa dei mercati tuttavia è soprattutto per il discorso del presidente della Federal Reserve Ben Bernanke, in programma venerdì mattina. Tutti attendono l'annuncio di un QE3 (un terzo quantitative easing) cioè un'ulteriore immissione di liquidità sul mercato attraverso l'acquisto di titoli del Governo americano. La Fed ha già messo in atto due sostanziose tranche di quantitative easing, una da 1.700 miliardi di dollari tra il dicembre 2008 e il marzo 2010, e l'altra da 600 miliardi, terminata lo scorso giugno. L'obiettivo è sostenere una crescita in questo momento congiunturale sempre più debole.

Del resto già il 9 agosto nell'ultima riunione del Federal open market committee (Fomc), il comitato monetario della Fed, era arrivata la decisione senza precedenti di tenere i tassi vicino allo zero per altri due anni, dopo che erano stati portati a quel livello a dicembre del 2008. Una mossa audace sulla quale non c'è stata unanimità: hanno votato no tre membri del comitato, il che non accadeva dal 1992. Ma l'esigenza di aiutare la ripresa estremamente modesta (+1,3% nel secondo trimestre del 2011, appena 0,8% nei primi sei mesi) ha prevalso.

Ma potrebbe non bastare. La disoccupazione è rimasta inchiodata al 9,1%, l'agenzia Standard & Poor's ha declassato il rating degli Stati Uniti ad AA+, l'indice della Fed di Filadelfia, che misura le condizioni del settore manifatturiero nel distretto orientale (circa 250 aziende) ad agosto è sprofondato a quota -30,7 dopo il +3,2 di luglio. È la performance peggiore dal marzo 2009, quando il Paese era in recessione. In più le grandi banche hanno rivisto al ribasso le stime di crescita per il 2011: JpMorgan prevede un aumento del Pil dell'1% nell'ultimo trimestre rispetto al 2,5% stimato, così come Goldman Sachs, che ipotizza un misero +1% nella seconda parte dell'anno, a fronte del 2% previsto.

L'incontro di quest'anno nel Wyoming, dal 25 al 27 agosto, è cruciale e per Bernanke non ci sarà il sapore un po' accademico, in sintonia con lo spirito del convegno, dell'anno d'esordio alla guida della banca centrale nel 2006. Dall'inizio della crisi finanziaria e poi economica i toni e i contenuti sono drammaticamente cambiati. In un recente report di Barclays si immagina un quantitative easing tra i 500 e i 600 miliardi di dollari. D'altra parte è vero che il bilancio della Fed si è gonfiato fino a toccare i 2.860 miliardi di dollari, dunque il problema per l'economia americana oggi non è la liquidità, di cui le aziende per prime sono piene, ma quello dei consumi stagnanti. Le imprese peraltro non investono e non creano nuovi posti di lavoro perché i timori di una recessione sono tali da sconsigliare l'assunzione di nuovi rischi.

Un circolo vizioso da cui Bernanke - e con lui il presidente Obama che lancerà un piano sull'occupazione dopo il 5 settembre - dovrà uscire. Dal fronte politico intanto, arrivano critiche preventive: il candidato repubblicano alla Casa Bianca Rick Perry ha già avvertito il presidente della Fed che «stampare altra moneta in un momento come questo negli Stati Uniti, prima delle elezioni, equivarrebbe a un tradimento, la Banca centrale deve aprire i suoi libri contabili e agire con trasparenza». Che il dibattito abbia raggiunto simili livelli di polemica la dice lunga sulle difficoltà in cui si dibatte il Paese.

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