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Questo articolo è stato pubblicato il 01 ottobre 2011 alle ore 09:50.

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Nella prima repubblica l'assegnazione dei ministeri era affidata ad una formula matematica inventata dall'onorevole Cencelli: ad ogni corrente spettava un numero di posti proporzionali ai voti raccolti. Il “manuale” Cencelli simbolizzava i vizi di fondo dell'era democristiana: la lottizzazione, la lotta fratricida tra correnti, l'esasperata proporzionalità nell'assegnazione del potere che impediva qualsiasi decisione.

Le direttive segrete sui criteri di promozione interna alla Banca Popolare di Milano (Bpm), pubblicate di recente sui giornali, altro non sono che la trasposizione in economia del manuale Cencelli. I posti vengono assegnati in base alla appartenenza ai vari gruppi sindacali: un dirigente per ogni sigla sindacale, come si trattasse di vitalizi. A parità di gruppo, conta la lealtà alla propria corrente sindacale. Tra tutti i criteri di promozione, non c'è la minima traccia di meritocrazia. Costoro dovrebbero gestire il credito alle nostre imprese. Ci si stupisce se poi non cresciamo?

Quello che scandalizza di più non è solo che questo manuale segreto esista, ma che la sua rilevazione non abbia provocato né alcuna smentita, né alcuna dimissione. O si tratta di un falso, che va subito smentito, o non si capisce perché non si sono dimessi l'amministratore delegato, il direttore generale e il consiglio di amministrazione. Non dimettendosi costoro avallano questo sistema. E visto che in Italia a dimettersi sono in pochi, non si capisce perché la Banca d'Italia non si sia affrettata a commissariare la banca. Quale garanzia di stabilità offre una banca i cui dirigenti sono stati scelti per appartenenza politica? Alla rivelazione, il titolo ha perfino guadagnato in Borsa, perché non è una novità: così funziona l'Italia. O meglio così procede, perché non si può dire che funzioni.

Vorremmo credere che il problema è limitato alla Bpm. Purtroppo è molto più diffuso. Uno studio di Confindustria ci rivela che l'80% dei manager italiani dichiara che la determinante più importante del successo finanziario è la «conoscenza di persone importanti». La competenza e l'esperienza arrivano solo quinte dopo, tra l'altro, «lealtà ed obbedienza». Da caso a caso, l'affiliazione rilevante cambia: un'associazione cattolica, una loggia massonica, un clan mafioso, o più semplicemente il paese giusto (secondo Bossi, Grilli deve andare alla Banca d'Italia non perché bravo ma perché milanese). Ma il risultato non cambia: al merito, si preferisce il compare. Nella seconda repubblica, il manuale Cencelli è perfino considerato un esempio nobile: ora i posti si assegnano in base ai favori sessuali resi.

Questa trasposizione del manuale Cencelli all'economia è il motivo per cui in Italia si trovano le migliori segretarie e i peggiori manager. In un sistema che non premia il merito, molte persone, soprattutto donne, che avrebbero le capacità di essere manager, sono confinate al ruolo di segretaria. Mentre i posti dirigenziali sono affidati a chi è ben introdotto, anche se spesso incapace. Questo clientelismo è il motivo per cui sia il nostro Paese che Bpm si trovano in una profonda crisi finanziaria.

Questo metodo rende le nostre imprese inefficienti e distrugge nei giovani il desiderio di studiare. Perché devo sudare sui libri, se ad essere premiata non è la conoscenza, ma le conoscenze? Così i giovani investono in relazioni, utili nei rapporti politici, e non in know-how per esportare in Cina. Forse non è un caso che i nostri industriali si siano spostati sulle utilities, dove contano soprattutto i rapporti con il regolatore. È la teoria dei vantaggi comparati.

Quando un'impresa ha una cultura marcia viene acquisita o, prima o poi, fallisce. In un paese democratico come il nostro c'è sempre la speranza di un rinnovamento. Ma non basta un'alternanza politica, occorre una rivoluzione culturale. Senza questa rivoluzione, l'Italia è destinata alla stessa sorte: o un takeover di Francoforte o il fallimento.

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