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Questo articolo è stato pubblicato il 05 dicembre 2011 alle ore 10:24.

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«Damn the torpedoes!». Chi mandava al diavolo le torpedini (che allora, nel 1864, non erano siluri ma mine marine) era l'Ammiraglio David G. Farragut, durante la battaglia di Mobile Bay, nel corso della Guerra civile americana. La flotta federale, incurante del pericolo, si arrischiò in un tratto di mare costellato di mine, e l'audace manovra ebbe successo, regalando una vittoria decisiva sui sudisti.

Si vorrebbe che oggi in Europa qualcuno dicesse «Damn the torpedoes!». Angela Merkel battè il pugno sul tavolo l'anno scorso, quando disse che bisognava ristabilire la primazia della politica sui mercati. Ma la battaglia è continuata, e oggi i mercati sembrano avere la meglio. Per "ristabilire la primazia" bisogna lanciarsi in un'avventura forse rischiosa, che tuttavia in fondo non è altro che l'accelerazione di un processo inesorabile innescato dalla lungimirante creazione della moneta unica: la messa in comune delle politiche di bilancio, una comune gestione del debito (eurobond) e nel frattempo, per spegnere gli incendi, un impegno senza limiti della Bce per contrastare timori e tremori dei mercati. La strada è accidentata? Sì. Ci sono pericoli? Certo. Ma la Merkel e l'Europa vogliono vincere la battaglia? Sì. E allora, «Damn the torpedoes!».

Più facile a dirsi che a farsi, sospireranno alcuni. E in effetti le difficoltà sono formidabili, perché richiedono cambiamenti di mentalità e di "visione del mondo" – «Weltanschauung», direbbe la Merkel – e questi cambiamenti sono difficilmente compatibili con i tempi ravvicinati che domandano i mercati.
Cosa chiede questa crisi ai governanti? Fondamentalmente gli chiede di "accorciare la storia": quando la moneta unica fu creata, questa "pensata" non era solo una questione di moneta. Nella strategia dei padri fondatori questo audace passo in avanti serviva da arcata: il ponte verso il sogno dei federalisti europei – l'unione politica dell'Europa – sarebbe stato un ponte a più arcate e la prima era quella della rinuncia, da parte dei Paesi fondatori – alla sovranità monetaria. Una rinuncia grossa, e appunto per questo, dopo aver assaggiato questa prima spoliazione di sovranità, sarebbe stato forse più facile spogliarsi di altre prerogative sovrane.

Le altre arcate – si sapeva – non erano imminenti. Ci sarebbero voluti decenni, se non generazioni, per andare verso gli Stati Uniti d'Europa: bisognava dare tempo ai popoli di conoscersi, di intensificare i contatti al di là di quelli commerciali e finanziari, già molto stretti. L'area Schengen è stato un altro passo in avanti, e oggi i giovani vanno a Parigi, Barcellona e Berlino con la stessa facilità con cui i loro padri andavano da Roma a Napoli o da Bologna a Milano.
Ma poi è venuta questa crisi da debiti sovrani e, come detto, la storia deve accorciarsi: bisogna fare subito quello che poteva prendere molto più tempo, mettere in qualche modo in comune anche la sovranità sui bilanci pubblici. La posta in gioco è molto alta: se non si cementa questa arcata anche quella precedente – l'Unione monetaria – può crollare.

I prossimi giorni saranno decisivi al riguardo. La riunione del Consiglio europeo il 9 dicembre (preceduta la sera prima da una "cena informale" in cui si discuteranno i cambiamenti ai Trattati europei). E l'8 dicembre si terrà la riunione della Bce in cui si decideranno altre misure: da quelle ortodosse – una seconda riduzione dei tassi – a quelle eterodosse – una intensificazione degli acquisti di titoli sovrani. I problemi sul tappeto sono tanti. E al centro di tutti c'è la crisi italiana, che è ormai una cartina di tornasole per la sopravvivenza stessa dell'euro.

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