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Questo articolo è stato pubblicato il 18 gennaio 2012 alle ore 08:50.

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SHANGHAI – La Cina potrebbe riavviare quanto prima il suo ambizioso programma di potenziamento nucleare, che prevede l'installazione di 400 gigawatt di potenza entro il 2050, sospeso dopo l'incidente di Fukushima del marzo scorso.

Secondo quanto dichiarato alla stampa locale da un alto funzionario del China Nuclear Energy Association (l'ente governativo che sovrintende allo sviluppo dell'energia atomica nel paese), entro fine marzo il Consiglio di Stato potrebbe riprendere a rilasciare le autorizzazioni per la costruzione di nuovi centrali.

Non c'è da meravigliarsi perché la posizione di Pechino sulla spinosa questione era chiara da tempo: una volta terminate le ispezioni ai 12 reattori attualmente in funzione nel paese (sono distribuiti su 4 centrali che sviluppano una capacità complessiva di 10 gigawatt annui) il programma nucleare sarebbe ripartito.

A patto, ovviamente, di avere la garanzia che i siti esistenti e in via di costruzione siano realizzati secondo i massimi standard di sicurezza. Il che significa essere in grado di resistere a stress analoghi a quelli provocati in Giappone dal terremoto e dallo tsunami della scorsa primavera.

L'imminente via libera del Consiglio di Stato, quindi, dovrebbe sospendere la moratoria post-Fukushima che aveva congelato una dozzina di nuove centrali in fase di costruzione, più altre 25 la cui progettazione si trovava in uno stadio avanzato.

Il Dragone anche dopo il fallout della centrale nucleare giapponese non aveva mai detto di voler rinunciare all'opzione nucleare. La più vorace consumatrice di energia del pianeta, infatti, non può fare a meno dell'atomo.

Ecco perché il nucleare è uno dei pilastri della politica energetica cinese. Spinta dalla fame crescente di materie prime necessarie per alimentare lo sviluppo economico e il processo di modernizzazione del paese, qualche anno fa Pechino ha capito che il suo portafoglio energetico andava radicalmente cambiato. E anche in tempi rapidi.

Per due ragioni. Una di carattere economico-politico: importare combustibili fossili costa, e costituisce un rischioso fattore di dipendenza dall'estero. L'altra di carattere ambientale: oggi il carbone copre quasi il 70% del fabbisogno energetico cinese e contribuisce per l'83% alle emissioni di gas serra del Dragone.

Così, all'inizio del decennio scorso, il Governo cinese ha deciso di rispolverare i vecchi progetti di sviluppo dell'energia nucleare rimasti per lungo tempo nel cassetto.

La storia del nucleare in Cina è lunga e controversa. Verso la metà degli anni '70, Pechino sembrava sul punto di abbracciare l'opzione nucleare per sostenere la crescita della domanda domestica di energia elettrica. Ma poi una serie di considerazioni spinsero il Governo a raffreddare il progetto.

Primo: all'epoca la Cina poteva contare su abbondanti risorse di acqua, carbone e anche di petrolio che le garantivano la totale autosufficienza energetica.

Secondo: a differenza del vicino Giappone (che da allora non a caso ha costruito una sessantina di centrali), la Cina era stata solo sfiorata dalla prima crisi petrolifera del 1973.

Terzo: non avendo sviluppato in casa un know how nucleare, Pechino per sviluppare la produzione di energia atomica sarebbe dovuta dipendere dai trasferimenti di tecnologia dall'estero.

Quarto: a quei tempi la Cina era un paese povero e isolato dai commerci internazionali che non poteva permettersi di sostenere gli onerosi investimenti richiesti dallo sviluppo di un piano nucleare in grande stile.

Ma la globalizzazione ha infranto per sempre il mito dell'autosufficienza energetica, spingendo la Cina verso nuovi orizzonti. Tra cui, appunto, l'energia nucleare che è diventata un settore strategico nel piano di diversificazione del portafoglio energetico nazionale.

E quando i cinesi attribuiscono a un progetto una valenza strategica per il bene nazionale fanno sempre sul serio e non badano a spese.

Il piano di sviluppo dell'energia nucleare messo a punto dal Dragone è senza dubbio il più colossale per investimenti, impiego di tecnologia e tempi di realizzazione nella storia dell'industria atomica.
Oggi, oltre la Grande Muraglia, sono in funzione 12 reattori nucleari, distribuiti su 4 centrali che hanno una capacità complessiva di 10 gigawatt annui: noccioline rispetto ai 373 gigawatt di potenza installati oggi nel mondo.

L'obiettivo di Pechino, secondo quanto previsto dall'ultima revisione del piano originario elaborato nei primi anni Duemila, è di aumentare la propria capacità atomica di altri 70 gigawatt entro il 2020 (a quel punto la potenza installata complessivamente salirà a 80 gigawatt), tramite la costruzione di 28 reattori di nuova generazione. Di questi, una ventina sono già in costruzione e almeno una dozzina dovrebbe entrare in funzione già entro il 2015.

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