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Questo articolo è stato pubblicato il 18 febbraio 2012 alle ore 08:15.

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ROMA
Approfondire, ma in fretta. I presidenti delle due Camere, Renato Schifani e Gianfranco Fini, scendono in campo per sollecitare l'approvazione del ddl anticorruzione e dimostrare «l'impegno di tutti». Ma le soluzioni tecniche sono subordinate alla mediazione politica ancora in alto mare. I tempi potrebbero ulteriormente slittare, anche se l'Italia ha il fiato sul collo degli organismi internazionali. Anzitutto l'Ocse, che nel Rapporto di gennaio ha previsto una tagliola pesantissima poiché ci chiede di render conto ogni sei mesi, a partire da giugno, sulla richiesta di «estendere in maniera significativa» la prescrizione della corruzione «anche per gli incensurati», e sulle modifiche in materia di concussione e di responsabilità delle persone giuridiche. Inoltre, a marzo tornerà all'attacco il Greco (il Gruppo di Stati contro la corruzione istituito nell'ambito del Consiglio d'Europa) che dopo le 22 raccomandazioni per colmare le lacune normative esistenti, sta per puntare il dito in particolare su prescrizione e incriminazioni.
In teoria, a marzo il governo dovrebbe scoprire le sue carte, visto che il ministro della giustizia Paola Severino ha chiesto tempo fino all'8 per tornare davanti alle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera dove dovrebbe dare i pareri sugli emendamenti all'articolo 9 del ddl anticorruzione (repressione penale dei reati contro la pubblica amministrazione) e presentare le modifiche del governo. Dopo tanti rinvii, il guardasigilli vuole arrivare preparata all'appuntamento, soprattutto politicamente, tant'è che ha anticipato di volersi confrontare fin dai prossimi giorni con tutte le forze politiche per cercare una mediazione e consentire al provvedimento di andare in aula alla fine di marzo. Fonti della maggioranza raccontano che finora l'iniziativa del governo sarebbe stata frenata proprio dal mancato via libera politico (in particolare del Pdl, ma non solo); che un punto di mediazione è ancora lontano; e che potrebbero esserci ulteriori rinvii rispetto al tabellino di marcia (a ciò porterebbe sia lo stralcio dell'articolo 9 sia la presentazione di un autonomo ddl governativo). A meno di convergere su modifiche blande, e non incisive come quelle che ci vengono chieste in sede internazionale.
Ieri Fini ha auspicato che il ddl «possa essere approvato quanto prima, dopo un'approfondita discussione» e Schifani ha assicurato che «il Senato farà la sua parte in tempi brevi». Il provvedimento, varato dal governo Berlusconi nella primavera del 2010, è già stato esaminato a Palazzo Madama che lo licenziò con una serie di modifiche nell'estate del 2011, consegnandolo alla Camera dove l'esame – giunto all'articolo 8 (cioè alla parte sulla prevenzione) – è stato più volte rinviato in attesa dei pareri del governo agli emendamenti già presentati, in particolare sull'articolo 9 che disciplina i reati e le pene. Giovedì la Severino ha chiesto un ulteriore rinvio per approfondire la materia. Si tratta, in buona sostanza, di decidere se e come inserire nuove figure di reato, come la corruzione privata e il traffico di influenze (che per esempio colpisce i mediatori negli appalti); se e quanto aumentare le pene della corruzione, non soltanto nel minimo come aveva fatto il governo Berlusconi per evitare che si allungassero i tempi della prescrizione, ma nel massimo, in modo che la prescrizione si allunghi e non stronchi i processi prematuramente.
Il governo ha fatto trapelare che intende dare attuazione alla Convenzione di Strasburgo sulla corruzione, firmata ben 13 anni fa ma rimasta lettera morta. La Convenzione prevede, tra l'altro, la punibilità della corruzione pubblica e privata, misure sulla responsabilità delle imprese e sulla protezione di chi segnala fatti di corruzione, l'incriminazione per corruzione internazionale passiva. Per renderla operativa, non basta la ratifica secca, rinviando a un separato ddl le norme di adeguamento del diritto interno, come pensò di fare il precedente governo. Sarebbe un'altra perdita di tempo. Ma per fare il passo in più, Monti e la Severino devono convincere la maggioranza, in particolare il Pdl.
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IL FRONTE INTERNAZIONALE
Cosa chiedono Onu, Ocse, Ue e Consiglio d'Europa all'Italia
Onu
La Convenzione del 2003 raccomanda lunghi termini di prescrizione e misure idonee a «ricercare, perseguire e giudicare effettivamente» corrotti e corruttori. È così nato l'Alto commissario anticorruzione, mai in funzione, che è stato trasformato in Servizio amministrativo «anticorruzione e trasparenza». Dovrebbe essere potenziato.
Ocse
L'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo ci chiede risposte su processo breve e prescrizione.
Consiglio d'Europa
La Convenzione di Strasburgo in materia penale prevede l'obbligo degli Stati di punire corruzione pubblica e privata, misure sulla responsabilità delle imprese e agenzie specializzate nella lotta alla corruzione. Quella civile prevede il risarcimento danni derivanti da corruzione; definisce in modo più ampio la corruzione e sanziona con la nullità i contratti che ne sono il frutto. Al Consiglio d'Europa si deve anche Greco (il Gruppo di Stati contro la corruzione) che ha messo nel mirino la nostra prescrizione.
Unione europea
Alcuni contenuti delle Convenzioni di Strasburgo sono stati ripresi dalla Ue nella decisione quadro 2003. La «comunitaria» 2008 ne ha fissato i criteri per recepirla, ma la delega non è stata esercitata.

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