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Questo articolo è stato pubblicato il 07 marzo 2012 alle ore 06:41.

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Dalle indagini sul giro di tangenti che vede indagato il presidente del consiglio regionale Davide Boni e da quelle che vedono accusato, sempre di corruzione, l'ex assessore Franco Nicoli Cristiani, emergerebbe, a quanto si è appreso, un sistema Pdl-Lega e rapporti tra assessori nell'ambito di presunte vicende corruttive. (Ansa )

di Angelo Mincuzzi
Più di un milione di euro di tangenti alla Lega Nord. L'inchiesta del procuratore aggiunto della Repubblica di Milano, Alfredo Robledo, e del sostituto procuratore, Paolo Filippini, si abbatte come uno tsunami sul partito della "Roma ladrona", creando un ciclone politico senza precedenti per il movimento di Umberto Bossi.

Quelle mazzette, il presidente leghista del Consiglio regionale lombardo Davide Boni e il suo capo della segreteria Dario Ghezzi (accusati di corruzione) le ricevano, tutte in contanti, nel cuore del potere "lumbard", il palazzo del Pirellone, e le distribuivano ad altri esponenti leghisti per finanziare iniziative del partito. È questa l'ipotesi investigativa dei magistrati che hanno iscritto Boni e Ghezzi nel registro degli indagati.

A pagare le tangenti sarebbero stati alcuni imprenditori, tra i quali l'immobiliarista Luigi Zunino, ex numero uno di Risanamento, e Francesco Monastero, per ottenere le autorizzazioni alla costruzione di edifici commerciali e oliarne le pratiche burocratiche. Entrambi sono indagati insieme a Boni e Ghezzi. Nell'elenco figurano anche l'ex consigliere provinciale del Carroccio, Marco Paoletti, l'ex sindaco di centro-destra di Cassano d'Adda, Edorado Sala, l'architetto Michele Ugliola e suo cognato Gilberto Leuci.

La procura starebbe vagliando la possibilità di contestare agli indagati anche l'illecito finanziamento ai partiti, proprio perché i soldi non sarebbero finiti nelle tasche di Boni ma sarebbero stati distribuiti a esponenti della Lega Nord. Il quadro delineato dalle indagini farebbe emergere l'esistenza di una rete finalizzata a raccogliere illecitamente finanziamenti a favore del partito di Bossi: una sorta di «sistema Lega». Vent'anni dopo Mani pulite, dunque, il Carroccio potrebbe ritrovarsi al centro di un'inchiesta con le stesse accuse che spazzarono via i vecchi partiti della Prima Repubblica. Boni dichiara la sua «totale estraneità» ai fatti e conferma la «piena disponibilità a chiarire» la sua posizione». L'amministratore della Lega, Francesco Belsito, assicura invece che il Carroccio è estraneo «a ipotetici versamenti presso la cassa del partito». Ma il punto è proprio questo. Il giro di mazzette scoperto dalla procura non sarebbe finito nelle casse del partito ma distribuito tra persone della Lega stessa, alimentando un circuito parallelo e occulto di finanziamento, come risulterebbe da alcune intercettazioni.

I militari della Guardia di finanza hanno consegnato ieri a Boni un avviso di garanzia e hanno perquisito gli uffici della sua segreteria nel palazzo della Regione Lombardia. Nel decreto di perquisizione è scritto che «è dimostrato il pieno coinvolgimento di Boni e Ghezzi» negli affari illeciti. I due esponenti leghisti «utilizzavano gli uffici pubblici della Regione come luogo di incontro per concludere accordi» e «per la consegna dei soldi». Dalle intercettazioni e dalle dichiarazioni messe a verbale da alcuni degli indagati, gli inquirenti sono arrivati a ricostruire la somma di oltre un milione di euro tra tangenti già versate e mazzette sulle quali erano stati presi accordi di pagamento nel periodo in cui Boni era assessore al Territorio e all'urbanistica, tra il 2008 e il 2010, ma i magistrati ipotizzano che il giro di tangenti sia proseguito fino a oggi. Tra gli episodi corruttivi, circa una decina, uno riguarda una struttura a Sesto San Giovanni e gli atti sono stati trasmessi alla procura di Monza. L'uomo di raccordo tra gli imprenditori e Boni sarebbe stato l'architetto Michele Ugliola, coinvolto lo scorso anno nell'inchiesta sulle tangenti a Cassano d'Adda e nel 1998 in quella sulle mazzette a Bresso, un comune alle porte di Milano. Ma quando l'architetto viene indagato nell'inchiesta su Cassano d'Adda, e dunque "bruciato", il meccanismo dei pagamenti cambia e i passaggi di denaro si spostano nella segreteria di Ghezzi. Direttamente al Pirellone.

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