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Questo articolo è stato pubblicato il 09 marzo 2012 alle ore 12:42.

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Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha fatto uno strappo a ogni protocollo, recandosi personalmente all'Ambasciata del Giappone a Roma a testimoniare la solidarietà del popolo italiano in occasione del primo anniversario del tragico 11 marzo 2011.

Nel farlo ha interpretato un sentimento collettivo che si è espresso in quest'ultimo anno in modo inaspettato: mai, in nessun caso di catastrofe naturale che ha colpito un'altra nazione, è scattata una gara tanto intensa e prolungata di solidarietà italiana, che si è espressa in una miriade di iniziative di supporto che continuano tutt'ora. L'ambasciata italiana a Tokyo ne ha compilato un elenco alto quanto un libro, che va continuamente aggiornato e comprende eventi realizzati anche in piccoli paesi della penisola dove forse un giapponese non è mai capitato.

Eppure le cose non erano partire tanto bene: l'offerta ufficiale del governo italiano di aiuti immediati e diretti si era arenata nelle sabbie mobili della burocrazia nipponica e forse anche nelle secche della "diplomazia del disastro" che sorge in questi casi in entrambe le direzioni (tra chi offre e anche tra chi riceve). Dal punto di vista di Tokyo, era prioritario accettare soccorsi immediati da altri Paesi: dagli Usa anzitutto, data la forte presenza militare americana nel Paese; poi da una serie di azioni asiatiche, con qualche distinguo: gradito, ad esempio, l'arrivo di un team di militari dal'India (Paese con cui il Sol Levante vuole rafforzare i legami politici) e ben accetti gli aiuti dalla Cina ma non sotto forma di ingresso di navi o di uomini con le stellette.

Per qualche settimana i nostri funzionari si sono presentati al Gaimusho (il ministero degli esteri) chiedendo quali modalità di soccorso fossero più desiderate, ottenendo risposte interlocutorie fino al termine del periodo di prima emergenza. A un certo punto, era diventato persino imbarazzante che nelle comunicazioni statistiche ufficiali figurassero aiuti dal Bangladesh ma nulla dall'Italia. Solo più tardi siamo stati inseriti nel lunghissimo elenco di Paesi donatori: se il Giappone nel 2011 ha accusato il primo deficit commerciale da 31 anni, per la prima volta è passato da esportatore netto di solidarietà (con gli aiuti allo sviluppo) a grande "importatore" di donazioni.

Passata la fase acuta dell'emergenza, il Governo italiano si è fatto promotore di agevolazioni e stimolo alle iniziative di solidarietà provenienti dal settore privato. In prima linea sono stati gli italiani residenti a Tokyo _ trasformatisi in "Italians for Tohoku" con l'adozione virtuale di alcune città-martiri come Minamisoma e Rikuzentakata _ e le imprese operanti in Giappone. Alcune iniziative hanno avuto basta eco anche presso i media locali, come l'asta di una Ferrari per realizzare una struttura educativa a Ishinomaki, mentre l'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo non smette di ospitare iniziative artistiche a scopo benefico (la prossima il 25 marzo: "Musica italiana per il Tohoku").

Qualche fuga in avanti nella spinta alla solidarietà ha rischiato di essere controproducente, come l'iniziativa dell'Enit per ospitare in Italia bambini della provincia di Fukushima, che rischiava di toccare corde sensibili in Giappone per la connessione non troppo gradita in qualche sfera locale con i "bambini di Chernobyl". Ma alla fine non ci son stati problemi: i bambini sono arrivati, anche attraverso iniziative private. Lo scoperta dell'intensità del "kizuna" _ il legame di amicizia tra i due Paesi _ è andata in parallelo a un insperabile rafforzamento dei rapporti sul piano economico.

Una delle conseguenze paradossali del disastro è stata l'ascesa dello yen intorno massimi storici (prima per l'attesa di rimpatrio di capitali nipponici, poi per l'assunzione del ruolo di bene-rifugio nel contesto della crisi dell'Eurozona): ciò ha favorito sia una crescita a doppia cifra dell'export italiano (contrariamente a ogni previsione) sia una serie di grandi investimenti diretti giapponesi in Italia, culminati con la maggiore acquisizione societaria (quella del leader mondiale degli involucri architettonici Permasteelisa da parte del gruppo Lixil).

Certo i turisti italiani sono calati per i timori sulla radioattività, così come i consumi di prodotti alimentari giapponesi, al ristorante e non. Ma lo tsunami ha rivelato la forza insospettata delle correnti di simpatia esistenti tra Italia e Giappone, che non cessa di manifestarsi ONE YEAR AFTER, come si intitola l'iniziativa di "Charity Box" in corso alla Triennale di Milano nell'ambito della mostra "Made in Japan: l'estetica del fare".

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