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Questo articolo è stato pubblicato il 04 aprile 2012 alle ore 07:52.

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ROMA - Come nelle migliori tradizioni italiane si è concluso con un lungo vertice notturno. Il disegno di legge di riforma del mercato del lavoro «in una prospettiva di crescita» che oggi arriverà alla firma autorizzativa del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sarà accompagnato dall'intesa politica raggiunta a palazzo Giustiniani dal presidente del Consiglio, Mario Monti, con i tre leader dei partiti che sostengono il suo Governo.

Reduce dal lungo viaggio in Asia, ieri il premier ha affrontato una giornata di super-lavoro, aperta con il breve consiglio dei ministri convocato in mattinata per impugnare alcune leggi regionali prima della scadenza dei termini e concluso, appunto, con la riunione fiume in prima serata con Pier Luigi Bersani cui, in un secondo momento, si sono aggiunti Angelino Alfano e Pierferdinando Casini. Prima di vedere i leader politici Monti aveva incontrato Elsa Fornero, per la quale il testo definitivo che fotografa il «documento di policy» del 23 marzo scorso è «praticamente pronto», e poi Corrado Passera, che avrebbe sollecitato il premier ad anticipare i temi del vertice politico.

A sbloccare la giornata sarebbe stato, secondo le ricostruzioni, il «lodo» proposto dal segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Il leader del democratici ha messo sul piatto del premier la possibilità di un accordo politico con tutta la maggioranza e l'azzeramento delle tensioni con il fronte sindacale. Il punto di «equilibrio più avanzato» che è stato proposto per assicurare alla riforma un iter parlamentare veloce e dall'esito certo riguarda i licenziamenti individuali per motivi economici, con l'accettazione della possibilità (sia pure come ultima istanza) anche del reintegro per i casi di illegittimità dietro i quali potrebbero celarsi abusi.

L'intesa sarebbe stata accompagnata con l'accoglimento di alcune richieste del centrodestra sulla flessibilità in entrata. Il Pdl ha sempre battuto sul punto: troppi vincoli sui contratti flessibili e troppi oneri per le imprese minori, i cui dipendenti verrebbero inclusi nella copertura del nuovo ammortizzatore universali (l'Aspi) che supera l'attuale sistema delle indennità di disoccupazione. Un accordo che non lascerebbe scontento il Terzo Polo, anche lui convinto che una maggiore flessibilità nell'ingresso sul mercato del lavoro non pregiudicherebbe le tutele del lavoratore ma creerebbe più opportunità di impiego. Per Mario Monti, che al vertice notturno è stato affiancato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, l'obiettivo raggiunto scongiura il temuto «compromesso al ribasso» o lo «snaturamento della riforma».

L'impianto fondamentale non cambia. Lo sforzo prima teorico e poi politico di ridurre il disallineamento tra il nostro mercato del lavoro e quelli dei più avanzati competitors europei ha dato i suoi risultati, riconosciuti anche solo sulla base del documento presentato due settimane fa. Oltre alle nuove regole sui licenziamenti e alla stretta sui contratti in ingresso per evitare la «flessibilità cattiva» arriva quel riordino degli ammortizzatori sociali che si insegue da quasi vent'anni, dai tempi della Commissione Onofri. Sulla nuova Aspi, che manda in pensione le indennità di disoccupazione, e sui fondi di solidarietà resterà da verificare la certezza dei finanziamenti che sono stati reperiti. È una delle questioni di cui s'è sicuramente discusso nel vertice notturno di ieri e che tornerà al centro del dibattito parlamentare. Il tema si intreccia con altre scadenze brevi per il Governo, che entro giugno dovrà anche reperire le risorse aggiuntive per garantire il pensionamento anticipato ai lavoratori «esodati». Oggi se ne riparlerà alla Camera, con il ministro Fornero che risponde in question time sulla questione agli interrogativi giunti proprio dai partiti della maggioranza, quelli che ieri hanno acceso la luce verde alla riforma.

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