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Questo articolo è stato pubblicato il 22 maggio 2012 alle ore 06:38.

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ROMA
«Senza se e senza ma, abbiamo vinto le elezioni amministrative dell'anno 2012. Capisco il simpatico tentativo di rubarci la vittoria ma non sarà consentito. Questo è il risultato dei ballottaggi: su 170 comuni al voto sopra i 15mila abitanti 92 sono stati vinti dal centrosinistra. L'altra volta erano 45». Pier Luigi Bersani a metà pomeriggio convoca una conferenza stampa e con tabelle e grafici alla mano si intesta la vittoria. Senza se e senza ma, appunto. Genova, Piacenza, L'Aquila. Ma anche città prima governate dal centro-destra come Alessandria, Lucca, Como, Monza, Rieti. Dei 19 capoluoghi chiamati al ballottaggio il centro-sinistra ha vinto in 12 casi.
Certo, c'è Parma. E il vento di Beppe Grillo non viene affatto sottovalutato da Bersani. Ma l'invito è quello di considerarlo un segnale rivolto a tutti, non certo solo al Pd. «A Parma la destra governava da dieci anni. La destra è stata sconfitta, ma non abbiamo vinto noi – ammette il segretario –. La destra si è rimpannucchiata dietro la novità del movimento cinque stelle». La risposta deve essere innovazione nella credibilità. E la "sveglia" che arriva da Grillo deve tradursi in riforme: «Pretendo che si voti questa settimana la riforma del finanziamento ai partiti e che le altre forze si rendano conto che serve una nuova legge elettorale e il doppio turno sarebbe razionale non per il Pd ma per il Paese». Avanti con le riforme, legge elettorale e trasparenza della politica – incalza il numero due del partito Enrico Letta – «o sarà Parmitalia».
C'è Parma e ci sono Genova e Palermo. Se Grillo è un problema di tutti i partiti, dal momento che raccoglie il malcontento e la protesta sia a destra che a sinistra, la competition all'interno del centro-sinistra è un problema tutto del Pd. Lo strumento delle primarie – subito rilanciato da un agguerrito Matteo Renzi che chiede le primarie di partito a ottobre – a Genova e a Palermo non ha funzionato come a Largo del Nazareno ci si aspettava. Nel capoluogo ligure il neo sindaco Marco Doria è uomo di Nichi Vendola; mentre a Palermo primarie mal gestite fin dall'inizio hanno prodotto la reazione di Leoluca Orlando, sceso in campo proprio per non aver accettato la vittoria di Fabrizio Ferrandelli. E prima di Genova e Palermo le primarie non hanno funzionato a Napoli e a Milano. Insomma, nella maggior parte delle città il Pd si è ritrovato a sostenere l'elezione a sindaco di un candidato non democratico dopo aver perso le primarie. Uno schema non riproponibile a livello nazionale. Da una parte Bersani assicura che «se gli alleati le vorranno, faremo le primarie», dall'altra Letta ribadisce subito che «Bersani è il leader del nostro partito e il candidato naturale del centro-sinistra». Il segretario non ha nessuna intenzione di cedere il passo tra un anno, alle politiche del 2013. E la partita sulla riforma della legge elettorale ha anche questo significato per Bersani: un doppio turno alla francese o un turno unico alla spagnola permetterebbero al Pd di presentarsi con il proprio volto senza essere costretti ad allearsi preventivamente. L'alternativa è il ritorno alle urne con il Porcellum e con la "foto di Vasto" assieme ad Idv e Sel. Non a caso a rilanciare la formula Vasto è stato ieri Antonio Di Pietro, fermamente contrario alle ipotesi di riforma elettorale in campo.
Ma la formula Vasto è sufficiente per il 2013? Questa la preoccupazione di molti dirigenti del Pd, che continuano a guardare verso un Udc sia pure indebolito e in fuga verso altri lidi. La pur incontestabile vittoria di questa tornata amministrativa è avvenuta non tanto in virtù di una proposta politica innovativa quanto per lo sfaldamento dell'altro fronte. Il Pd ha tenuto botta ma non è riuscito a superare i propri confini. Lo stesso Bersani ammette, facendo gli auguri all'alleato-avversario Angelino Alfano, che «l'elettorato del centro-destra si è disperso in molte direzioni, compreso il voto a Grillo. È un duro colpo, c'è un vuoto d'aria in cerca d'autore ma non è facile trovare l'autore». Ecco, se quel vuoto d'aria dovesse essere riempito con una proposta politica convincente, la foto di Vasto potrebbe essere più una gabbia che altro. Come accadde nel '94.
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