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Questo articolo è stato pubblicato il 21 giugno 2012 alle ore 06:40.

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PALERMO
L'ex presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro, già in carcere perché condannato a sette anni per favoreggiamento aggravato dall'aver agevolato Cosa nostra nell'ambito del cosiddetto procedimento "Talpe alla Dda", non può essere condannato per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa per il principio del ne bis in idem. Lo ha stabilito la Corte d'appello di Palermo, presieduta da Biagio Insacco, la cui sentenza che è arrivata dopo circa tre ore di Camera di consiglio ha sostanzialmente confermato quanto stabilito in primo grado dal Giudice per l'udienza preliminare Vittorio Anania. Il Gup aveva respinto le richieste dei pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene secondo i quali a carico dell'ex politico siciliano ci sarebbero stati elementi per un nuovo processo, stavolta per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel processo di secondo grado il sostituto procuratore generale Luigi Patronaggio aveva invece chiesto per l'ex presidente della Regione siciliana una condanna a 13 anni di carcere in continuazione con la precedente sentenza.
«Leggeremo le motivazioni della sentenza di assoluzione e valuteremo l'eventuale ricorso in Cassazione» è stato il commento a caldo di Patronaggio. Mentre Nino Caleca, difensore di Cuffaro, ha auspicato che non si vada anche in Cassazione dopo il proscioglimento dell'ex governatore oggi anche in appello dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa: «Questo processo è stato vissuto da Cuffaro come una sofferenza aggiuntiva alla condanna che già gli è stata inflitta. Con grande dignità sta scontando la pena e speriamo che le sofferenze e i processi possano considerarsi conclusi – ha commentato Caleca –. Spero che due gradi di giudizio di merito con sentenze conformi non vi siano ulteriori ricorsi».
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