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Questo articolo è stato pubblicato il 29 giugno 2012 alle ore 08:10.
L'ultima modifica è del 29 giugno 2012 alle ore 08:44.

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Nel sempre più intricato dibattito per risolvere la crisi dell'euro perde peso l'idea che la divisione tra i leader europei rifletta principalmente interessi economici divergenti, nati a loro volta dalla divaricazione economica senza precedenti tra i Paesi dopo la moneta unica.

Guadagna invece consenso crescente il convincimento che queste divisioni e difficoltà nel governare le diversità nei cicli economici originino da un altro tipo di eterogeneità: eterogeneità culturali antecedenti alla creazione dell'Europa unita e della moneta unica e che riflettono i diversi percorsi storici dei Paesi europei. In una recente intervista anche Mario Monti abbraccia questa idea. Sollecitato da Barack Obama che gli chiede come si fa a persuadere i tedeschi ad acconsentire a politiche keynesiane di sostegno alla crescita, Monti spiega che in Germania l'economia è (ancora) parte della filosofia morale, per cui la crescita non è il portato delle politiche keynesiane di sostegno alla domanda ma il premio a comportamenti virtuosi. E quindi, rispondendo a Obama dice: «Può darsi che con il tempo ci riusciremo, ma ci vuole una traduzione concettuale».

Noi sosteniamo da tempo che le difficoltà nel management della crisi europea, e in particolare l'atteggiamento della Germania, riflettano le profonde differenze nelle norme culturali e nelle convinzioni che regolano i rapporti tra le persone in Germania (e nel Nord Europa) rispetto alla Grecia (e nell'Europa mediterranea). In Germania prevale una cultura della cooperazione e della punizione sociale che richiede ai cittadini non solo di contribuire direttamente al bene pubblico ma impone loro il dovere di punire chi non vi contribuisce.

In Grecia tende a prevalere una cultura che giustifica comportamenti opportunistici, dove sono proprio le persone che hanno a cura il bene comune, non gli opportunisti, ad avere vita dura. Non sorprende che culture così diverse possano scontrarsi quando forzate a interagire. La Germania, sospinta dalla propria cultura, sembra disposta a esercitare la propria strategia punitiva fino al punto da farsi male essa stessa, dovesse per questo fallire il progetto della moneta unica.

Nel formulare la sua domanda al nostro premier, Obama correttamente (ma pensiamo in modo del tutto involontario) ha chiesto come si fa a persuadere i tedeschi - i tedeschi non la Merkel. Infatti il problema, contrariamente a quanto pensano in molti, non è la Merkel ma la cultura che permea i cittadini tedeschi. La Merkel è solo espressione, interprete e per certi versi vittima di quelle norme culturali. Per un leader politico, anche quello più abile e convincente, è difficile andare contro le norme condivise dal suo popolo. Non verrebbe seguito e la sua politica fallirebbe.

Questo accadrebbe anche quando quella politica fosse nell'interesse generale dei suoi cittadini e anche qualora, accettandola, finissero poi per ringraziarlo. Questo è quanto sta accadendo in Germania: la Merkel gode di un consenso strepitoso per la sua politica europea, con oltre l'80% dei tedeschi che vi si riconoscono perché interpreta i loro sentimenti profondi. In Germania una politica alternativa che apparisse differire dall'imperativo dell'etica tedesca che chi imbroglia va punito, non avrebbe sostegno. Per i tedeschi non punire i greci sarebbe come per gli indiani consumare carne di mucca. Che fare per convincere i tedeschi?

Monti intuisce il problema quando afferma: «Può darsi che con il tempo ci riusciremo, ma ci vuole una traduzione concettuale». Ma in cosa consiste? Nel contesto corrente significa una proposta che non contraddica i convincimenti profondi dei tedeschi e che sia funzionale al salvataggio della moneta unica. Messa in modo brutale, l'unica proposta che soddisfa il primo requisito è l'estromissione della Grecia dalla moneta unica, almeno finché Atene non si doti di istituzioni che garantiscano comportamenti fiscali virtuosi. Questa proposta, se avanzata al posto della strategia punitiva, incontrerebbe il favore dei tedeschi. Anche se oggi 3 tedeschi su 4 ritengono che il modo migliore per gestire la crisi sia imporre sanzioni severe ai trasgressori del debito, in mancanza di questa soluzione citano l'estromissione dall'euro come alternativa.

Ma l'estromissione della Grecia se avanzata da sola potrebbe accelerare la crisi dell'euro anziché fermarla, perché renderebbe evidente la possibilità di uscita anche per altri Paesi membri. Questo rischio può essere evitato solo se le rimanenti nazioni sono in grado di far fare un grande salto all'unione monetaria trasformandola in una forte unione politica di Stati federati. Cioè Stati che, in una arco di tempo ben definito, si dotino di una politica fiscale comune accanto a quella monetaria e di tutte le istituzioni di contorno, inclusa una vigilanza bancaria europea.

La Merkel finora timidamente (o prudentemente?) sembra muoversi per suggerire ai Paesi europei di compiere passi decisi verso l'unione fiscale. Mano a mano che si fanno progressi su questo versante, è prevedibile che il secondo tema - l'uscita della Grecia dall'euro, finora sempre categoricamente negata - affiorerà nel pubblico dibattito.

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