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Questo articolo è stato pubblicato il 22 agosto 2012 alle ore 06:37.

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Con la morte di Meles Zenawi, il Corno d'Africa perde un leader forte e l'Occidente un alleato contro l'estremismo islamico, mentre il suo Paese rischia un vuoto di potere. Il premier dell'Etiopia è stato stroncato lunedì a 57 anni da una «infezione», secondo quanto riportato solo ieri dai comunicati ufficiali, una complicazione improvvisa mentre si stava curando a Bruxelles per una malattia non specificata. L'ultima apparizione pubblica risale a giugno.
A capo di un Paese in crescita economica, seppure disomogenea, Zenawi era rispettato nel continente anche grazie a uno degli eserciti meglio attrezzati dell'Africa orientale. Esercito che non ha esitato a utilizzare, ad esempio contro l'Eritrea, nel conflitto del 1998-2000 (70mila morti in una guerra di confine). Oppure negli interventi in Somalia, invasa due volte: nel 2006, per fermare l'avanzata del movimento delle Corti islamiche e nel 2009 contro i più radicali Al Shabaab. Interventi che gli hanno fatto guadagnare il plauso di Stati Uniti e Occidente e di quanti, Italia compresa, sostengono il fragile Governo di transizione somalo.
Così, la notizia della sua morte è stata commentata come una «grande perdita» dal presidente francese François Hollande, mentre l'americano Barack Obama ha espresso «ammirazione e tristezza». Cordoglio è stato espresso anche da Mario Monti. Al contrario, la scomparsa è stata salutata come una «bellissima notizia» dagli Shabaab.
Nato nel 1955, a meno di 20 anni abbandona gli studi di medicina per unirsi alla lotta contro la lunga dittatura del colonnello Menghistu Haile Mariam nelle fila del Fronte per la liberazione del popolo tigrino (Flpt), che lui stesso aveva contribuito a creare. È in questo periodo che prende il nome di battaglia "Meles", per onorare Meles Tekle, un attivista ucciso dal Governo. Nel 1991 è tra i leader dello Ethiopian people's revolutionary democratic front che rovescia il regime. Diventa presidente del Governo transitorio, subito acclamato come esperimento democratico e di convivenza etnica in un Paese devastato da siccità e fame. Insieme al ruandese Paul Kagame e all'ugandese Yoweri Museveni, fa parte della generazione di leader africani arrivati al potere tra la fine degli anni 80 e l'inizio degli anni 90, che l'allora presidente Bill Clinton considerava i possibili protagonisti «del Rinascimento africano».
Zenawi conserva la carica fino al 1995, per poi essere eletto premier per la prima volta e confermato nel 2000, 2005 e 2010, senza avere praticamente rivali. Salito al vertice, compare però il suo lato oscuro. Le organizzazioni in difesa dei diritti umani, come Human Rights Watch, Amnesty International e Reporter sans frontieres, lo accusano di manipolare le elezioni e, con la legge antiterrorismo del 2009, di calpestare la libertà d'espressione con la chiusura di media indipendenti e l'arresto di giornalisti e membri dei partiti d'opposizione.
La data dei funerali non è stata ancora stabilita. Le sue funzioni sono svolte, per ora, dal vice primo ministro, Hailemariam Desalegn. Ma nella rosa di possibili successori viene indicata anche la moglie di Zenawi, Azeb Mesfi.
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