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Questo articolo è stato pubblicato il 26 ottobre 2012 alle ore 08:48.

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La "conciliazione obbligatoria" (per una lite di condominio, ad esempio) non evoca trame sovversive per l'ordine giudiziario costituito. Sembra una cosa ragionevole, di buon senso. E avrebbe dovuto essere uno strumento temporaneo per ridurre il contenzioso nei tribunali e dare un po' di fiato ad una giustizia dai tempi incivili.

No, ha stabilito la Corte Costituzionale. Questa mediazione non va: per eccesso di delega del Governo (nel 2010, esecutivo Berlusconi) e perché non può essere obbligatoria. Plauso degli avvocati, che avevano contrastato duramente, anche a protezione (legittima) del loro interesse, la nuova norma. Pioggia di dichiarazioni tartufesche sulla permanente importanza della cultura della mediazione. Presa d'atto del ministro della Giustizia, Paola Severino: rimane la conciliazione non obbligatoria, proviamo ora a spingere con gli incentivi.
Provare. Insistere. Ma che fatica nel Paese del riformismo riluttante. Quando il premier Mario Monti osserva che l'Italia ha bisogno per cambiare di politiche «radicali» e non «moderate» coglie nel segno due volte. La prima perché un Paese che ha rischiato un anno fa il default sistemico e che da quindici anni non cresce avrebbe bisogno di accelerare la sua corsa (e qui lo stesso Governo, lo dimostra il confronto sulla legge di stabilità, ha ottimi motivi anche per rivedere, a saldi invariati, la sua strategia in modo da evitare la spirale risanamento-depressione).

La seconda perché richiamando in alternativa alla radicalità il concetto della moderazione squaderna una realtà, frutto di decenni di pratiche consolidate, che conosciamo bene. Quella di pochi passi in avanti cui seguono lunghe fasi di ristagno e precipitosi dietrofront.
Appunto, il riformismo all'italiana. Come nel caso della giustizia: impossibile essere competitivi ed attrarre investimenti esteri, ad esempio, quando la Banca Mondiale annota che in Italia per risolvere una controversia commerciale occorrono 1210 giorni contro una media Ocse di 510 ed una Ue di 549, fermi restando i paurosi squilibri interni Nord-Sud. E come dimenticare che la Banca d'Italia calcola in un punto di Prodotto interno lordo il costo dell'inefficienza della giustizia civile?
Ma la Corte Costituzionale, che di recente aveva anche detto «no», sulla base dei ricorsi di quasi tutti i Tar (Tribunali Amministrativi Regionali), ai tagli degli stipendi dei magistrati e dei dirigenti dello Stato, ha bocciato ora anche la "conciliazione obbligatoria", che già faceva fatica a farsi strada. Ancora non ne conosciamo le motivazioni integrali e delle sentenze della Corte Costituzionale, comunque, si prende atto.

«I giuristi non possono permettersi il lusso della fantasia», scrisse nel 1942 un maestro del diritto e padre costituente, Piero Calamandrei. Erano altri tempi, tremendi. Quelli che Paolo Grossi, oggi giudice costituzionale, ha ricordato anni fa «con sgomento»: «Al giurista era vietato di avere occhiali adeguati per leggere il mondo sociale, gli dovevan bastare il monocolo esegetico», mentre «l'attività del giudice non può non essere, malgrado tutto, un approccio vivo e complesso con l'incandescenza dei fatti».
Tanto sono incandescenti, nel 2012, i numeri e i fatti della giustizia-lumaca snervata da un contenzioso altissimo, che tutti possiamo riconoscerli, dal comune cittadino ai giudici delle leggi. Così da evitare, se possibile, che continuino a rovinarci addosso.
twitter@guidogentili1

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