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Questo articolo è stato pubblicato il 07 novembre 2012 alle ore 20:26.

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Un paniere di valute a tre punte, con l'euro capace di fare da contraltare al "re dollaro" e all'emergente yuan. E un Vecchio continente ammesso a pieno titolo nello scacchiere internazionale. Quello che prima della crisi sembrava un sogno possibile da realizzare, oggi appare più che mai un miraggio lontano. La Ue resta esclusa dal dialogo tra i due "giganti" di Washington e Pechino. Nonostante le riforme annunciate e l'ingresso nella Wto, la Cina non è ancora vicina e i riflessi dell'atteso nuovo corso dopo il Congresso dell'8 novembre rischiano di farsi sentire in Europa solo come un'eco lontana.

«La crisi – spiega Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali al l'Università Cattolica – ha complicato i giochi: ha costretto la Ue a chiudersi in se stessa per risolvere i suoi problemi. Quando guardano alla Cina i Paesi europei non parlano con una sola voce, ma si confrontano con Pechino in ordine sparso, trovando un'unità di intenti solo nel difendere le proprie merci e i consumatori dall'avanzata cinese». Eppure tra le riforme annunciate alla vigilia del Congresso del Partito comunista si aprono spiragli per un maggiore adeguamento agli standard europei. Una strada tutta in salita, avverte Giuseppe Gabusi, docente di Political economy dell'Asia orientale all'Università di Torino: «Dovrebbe essere nell'interesse cinese aumentare la trasparenza e la rule of law nel mercato, dato che si moltiplicano i casi in cui gli Stati stranieri negano l'ingresso di investimenti di imprese di Stato cinesi a causa dell'opacità della loro struttura proprietaria, con evidenti timori di pericoli per la sicurezza nazionale». Nella pratica, però, fa notare Gabusi, «la Camera di commercio della Ue in Cina continua da tempo a manifestare il proprio disappunto per l'assenza di parità di regole del gioco tra imprese straniere e campioni di Stato nazionali, che costituiscono ormai una lobby in grado di condizionare le politiche del Paese».

Come immaginare dunque i prossimi dieci anni di rapporti tra Ue e Cina? «Non è da escludere, come è successo finora – puntualizza Gabusi – che ci siano alti e bassi: questi rapporti dipenderanno soprattutto dall'evoluzione interna delle due parti. La relazione Cina-Ue continuerà a essere incrementale e dominata da questioni economiche, con un possibile riequilibrio della bilancia commerciale sulla scia di un aumento delle esportazioni europee verso il mercato interno cinese». A partire dal 2016 la Cina potrà inoltre fregiarsi dello status di economia di mercato all'interno della Wto. «Crescerà – conclude Gabusi – la cooperazione nel campo delle energie rinnovabili e della green economy».

Per imporsi invece sul piano politico nel dialogo con Pechino, avverte Parsi, l'Europa dovrà giocare due carte strategiche: «Da un lato, la Ue deve accelerare il percorso verso l'Unione politica per presentarsi a livello internazionale come soggetto unitario. Dall'altro, è indispensabile sviluppare una politica verso l'Africa: è questo l'unico punto in cui confiniamo con la Cina e dove Pechino sta assumendo un'importanza crescente. Solo attraverso una politica attenta all'Africa la Ue potrà evitare l'egemonia cinese nel continente. È questo il jolly da calare per non rimanere esclusi dalla partita geopolitica globale».

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