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Questo articolo è stato pubblicato il 24 novembre 2012 alle ore 08:48.
L'ultima modifica è del 24 novembre 2012 alle ore 09:00.

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Non è bello vedere l'Unione europea incapace di decidere sul proprio bilancio, mentre vive una crisi economica drammatica.

Infatti ieri il Consiglio Ue e la Commissione di Bruxelles avevano tutto l'interesse a trovare un compromesso sul bilancio europeo e tenere uniti i 27 Paesi. Erano pronti a far ricorso alla cassetta dei trucchi per dichiarare tutti vincitori: un po' di confusione tra “impegni” e “pagamenti”, o tra spesa reale e nominale, e ognuno dei leader sarebbe tornato a casa con una corona di carta in testa e una trombetta di plastica in bocca.

Ma questa volta l'accordo era semplice e impossibile al tempo stesso. Mentre l'Euroarea dei 17 paesi è impegnata in uno sforzo di integrazione inaudito, prepara l'unione finanziaria, economica e politica, e condivide impegni fiscali comuni che sfiorano il 10% del pil aggregato, l'Unione dei 27 paesi era pronta a spaccarsi su un taglio al proprio bilancio settennale pari a circa lo 0,03% del pil. Obiettivi comuni eclissati da micro interessi nazionali: il vertice di Bruxelles non poteva non fallire. Ed è giusto così.

Il premier inglese David Cameron voleva dimostrare che il bilancio europeo può diminuire, quindi che l'Ue è di fatto reversibile e che il rimpatrio delle competenze può essere avviato. Attaccare il bilancio europeo era il culmine populista della sua strategia di sopravvivenza. Per tagliare il bilancio, tuttavia, si dovevano aumentare gli oneri di paesi come Italia, Francia o Germania, per i quali la battaglia sul bilancio è soprattutto una seria distrazione dalla soluzione dei problemi dell'euro. Altri tagli avrebbero colpito le spese per ricerca e per le reti di energia e tlc. La discussione sul bilancio poteva essere la svolta della politica economica europea: usare i fondi come strumento anticrisi, volgerne le risorse a risolvere i problemi di competitività, e farne infine una leva di sviluppo per un continente in recessione. Invece stava diventando un'occasione perduta in grado di segnarne il destino.

Il sospetto è che l'Ue a 27 paesi non sia più l'ambito giusto. Non sia più funzionale ai progetti comuni. E' cambiato il rapporto tra i paesi, non c'è più una divisione Est-Ovest, un'unione tra ricchi e poveri, ma qualcosa di più sottile e fastidioso da ammettere: la politica nazionale teme la globalizzazione e ritrova se stessa in una retorica xenofoba. Soprattutto è come se la crisi dell'euro non sia ancora entrata nella testa dell'Europa. Il bilancio in discussione assomiglia a quelli degli anni Novanta con ampi divari negli oneri tra paesi contribuenti e paesi percettori, che risentono di distanze di reddito non più realistiche. Una parte del bilancio finisce ancora in una partita di giro tra paesi ricchi che finanziano governi di altri paesi ricchi in modo poco discriminato, mentre le nuove situazioni di difficoltà, spesso legate a specifici territori, non vengono riconosciute nei fondi per la coesione.

Intervenire sui divari di competitività e sull'uso efficiente del capitale, sia fisico sia umano, avrebbe effetti molto maggiori sulla crescita europea che non compensare le divergenze di reddito tra paesi. Finanziare cioè gli investimenti, anziché i consumi come invece è avvenuto per anni in Grecia. L'Italia ha fatto bene a non essere cedevole. Con una struttura produttiva sotto pressione, è una delle principali vittime degli errori di concezione del bilancio europeo ed è nella posizione per chiedere quantomeno che si punti su progetti sovranazionali di investimento.

Ma nonostante la Commissione abbia promosso da anni una riflessione sulla natura del bilancio, l'Ue è arrivata al Consiglio di ieri intimidita e ostaggio delle ipocondrie britanniche. Le trattative sul bilancio europeo non sono mai state un bello spettacolo dai tempi della Thatcher o degli agricoltori francesi. Prevale l'inerzia burocratica e la logica del juste retour. Si svolgono attorno a un catalogo di interessi nazionali che sovrasta la visione d'insieme. Quando pochi giorni fa Barroso ha esagerato nell'enfasi definendo il bilancio un grande stimolo per la crescita, un negoziatore gli ha risposto: “Sì, ma solo se sei una mucca”.

E' vero che il 5% dei fondi di coesione si perde in frodi o altro e che i burocrati di Bruxelles costano il 6% del bilancio, il famoso “secchio bucato” in cui si trasporta l'umana solidarietà, ma progetti di sviluppo comune sono indispensabili. La Commissione ha avanzato buone proposte sulla cooperazione scientifica e sulla difesa ambientale, il Parlamento spinge gli investimenti in ricerca e nelle reti dell'energia. Ma è difficile riorientare i benefici: i nuovi Laender tedeschi hanno superato la soglia di povertà ma Berlino, pur sempre il primo contribuente europeo, chiede lo stesso gli aiuti comunitari per evitare una transizione brusca. Casi simili sono innumerevoli. Mai come adesso le politiche di coesione dovrebbero essere mirate invece a restituire un livello di crescita decente all'Europa, anziché livellare i consumi a beneficio diretto della popolarità dei governi nazionali.

Tuttavia pochi credono che il rinvio sarà usato per qualcosa più di un compromesso. Un bilancio equilibrato, ma privo di ispirazione, povero di impulso, e più piccolo, dimostrerebbe per la prima volta che la direzione in cui va l'Europa non è sempre quella del “più Europa”, ma che si può fare marcia indietro. E lascerà in sospeso un interrogativo: fino a che punto si potrà tornare indietro?

cbastasin@brookings.edu

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