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Questo articolo è stato pubblicato il 23 dicembre 2012 alle ore 11:16.

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All'interno di una recessione che non accenna minimamente a finire, la democrazia gode di cattiva salute, sia in Italia, dove sembra pericolosamente declinare, sia in Europa, dove appare un fiore completamente appassito ancor prima di sbocciare. Insomma, siamo di fronte a una sorta di paradosso italiano e di ossimoro europeo.

In Italia, le improvvise dimissioni del governo tecnico e la vicinanza delle elezioni hanno portato alla ribalta realtà contraddittorie. La prima di esse è un decadimento dei poteri dello Stato, alimentato da una oggettiva e soggettiva conflittualità di dubbio livello. Il potere legislativo risulta frutto di una lunga quanto inconcludente passata stagione parlamentare, più interessata al bene personale o di gruppo che al bene comune. Il potere esecutivo, nominato in stato di eccezione, s'è rivelato per sua natura instabile e ora dimissionario, offeso ma non sfiduciato. E così, un potere giudiziario a volte arrogantemente sopra le righe si è sentito in dovere di intervenire in una incompetente supplenza e, suo malgrado, come custode non legittimato dei costumi.

Il paradosso ha come contrappeso l'indiscutibile risveglio, quasi improvviso, ma deciso, del popolo italiano per rivendicare la sua "fondamentale libertà politica", come hanno tra l'altro evidenziato, con i loro pregi e difetti, la sorprendente partecipazione alle elezioni primarie, nonché le molte manifestazioni di protesta e disobbedienza civile dirette a rivendicare e difendere i fondamentali diritti costituzionali, primi fra tutti quelli al lavoro, all'istruzione, alla salute.
La fragilità delle nostre istituzioni, al di là dei nefasti effetti della depressione economica, ha altresì provocato fenomeni che si sono aggravati nel tempo.
Il primo è quello rappresentato dal trasferimento della sovranità all'esterno dello Stato, fenomeno che Max Weber chiamava "eterocefalìa". Ciò è avvenuto, ad esempio, con la lettera-programma della Bce inviata da Francoforte il 5 agosto del 2011 al primo ministro Berlusconi, e che poi ha costituito nei minimi dettagli il preciso programma del governo Monti, giustificato dallo slogan «è l'Europa che ce lo chiede».

È così che il nostro Parlamento, riottoso a introdurre norme sulla corruzione, sulla incompatibilità dei candidati e su minime regole di decenza parlamentare, ha prontamente, senza alcuna discussione sul merito, col nuovo governo in carica, eseguito la richiesta della Bce («sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio»), introducendo il 20 aprile 2012 il nuovo articolo 81 della Carta Costituzionale sulla parità di bilancio. E però non è neppure riuscito a dotare il nostro fragile sistema democratico di una necessaria riforma elettorale.

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