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Questo articolo è stato pubblicato il 05 febbraio 2013 alle ore 06:38.

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Nel profondo della crisi economica, Grecia, Portogallo e Spagna stanno recuperando competitività, guarendo forse dal male più profondo del quale soffrivano anche prima che la bufera finanziaria mondiale e le tensioni sui debiti sovrani si abbattessero su di loro.
Secondo i dati contenuti in un report realizzato dal Conference Board, il costo del lavoro per unità di prodotto è sceso drasticamente tra il 2011 e il 2012: quello greco è crollato del 9,2%, in Portogallo e Spagna il calo è stato del 5,9 e del 2,1%, più limitato ma sempre significativo. Le esportazioni stanno crescendo e sono forse l'unica via che oggi Grecia, Portogallo e Spagna possono percorrere per rendere meno pesante la recessione.
Tuttavia i guadagni ottenuti in termini di capacità di competere non vengono dal miglioramento della qualità della produzione o da investimenti in capitale e tecnologia: quindi non comportano un incremento di produttività. Mentre risulta determinante la crescita continua dei livelli di disoccupazione negli ultimi quattro anni. In Grecia e in Spagna il tasso ufficiale ha superato il 26% mentre in Portogallo è al 15 per cento: livelli destabilizzanti dal punto di vista sociale e - scrive l'istituto di ricerca di New York - negativi anche per le prospettive di crescita nel medio e lungo periodo.
«Il gap nella competitività si sta riducendo rapidamente e questo è un segno molto positivo», dice Bert Colijn, coautore dello studio dal titolo: "Will the decline in unit labor cost in Europe's troubled economies help improve competitiveness?". «Ma la drastica riduzione del costo del lavoro si è ottenuta attraverso la pesante perdita di forza lavoro e attraverso la riduzione dei salari. Per questo motivo - spiega Colijn - risulterà in definitiva insostenibile: questi Paesi rischiano di entrare in una spirale negativa che peggiorerà il loro potenziale di crescita nel lungo periodo e farà aumentare le pressioni politiche e sociali».
Per gli economisti del Conference Board, le economie al margine della zona euro hanno bisogno di ricostruire la competitività dei loro salari attraverso la rivitalizzazione della loro produzione con una ripresa significativa degli investimenti che sono quasi scomparsi a causa dei dubbi e dei timori sul futuro dell'euro e dell'economia europea. «I Paesi mediterranei stanno disperatamente aspettando che ritorni il flusso di investimenti. Ma le banche - spiega ancora Colijn - continuano a essere molto legate e timide sul credito e la fiducia fatica a migliorare».
Per la Spagna è quantomai indicativo quello che sta accadendo nel settore dell'auto. I grandi gruppi - da Ford a Renault, a Peugeot-Citroën - hanno deciso nei mesi scorsi di rafforzare la produzione nel Paese, spostandola dagli stabilimenti francesi e belgi e contribuendo a creare nuovi posti di lavoro, in controtendenza rispetto al resto del Paese. E ieri Nissan ha fatto sapere che ha deciso di sviluppare la sua attività nello stabilimento di Barcellona dove dal 2014 realizzerà un nuovo modello di piccola cilindrata e aumenterà la produzione di pickup: mille nuovi dipendenti ai quali si sommano 3mila posti nell'indotto. Sono investimenti vitali per l'economia spagnola che tuttavia suscitano alcune perplessità: secondo il Governo conservatore sono il risultato della riforma del mercato del lavoro che ha favorito accordi più vantaggiosi per le imprese, vincendo le resistenze del sindacato. Per i sindacati si tratta di una svendita del Paese, di una trasformazione in un'economia low cost che non porterà certo al benessere diffuso: «L'economia della Spagna è distrutta e non saranno certo accordi capestro che riducono chi lavora in schiavitù a risollevarla», afferma Victoria Montero, responsabile dei diritti umani e sindacali della Comisiones Obreras, il principale sindacato spagnolo.
Le esportazioni possono essere per Standard&Poor's il primo segno di riscatto: secondo l'agenzia americana, Spagna, Portogallo e Irlanda chiuderanno il 2013 con un surplus corrente: «Un primo passo critico per ritrovare la stabilità e tornare alla crescita». Le loro economie stanno forse cambiando, travolte dalla crisi del debito sovrano che le ha costrette a chiedere il salvataggio europeo. I dati di S&P's sottolineano che dal 2008 le esportazioni dell'Irlanda sono cresciute del 13,6%, quelle spagnole del 4,4% e del 4,6% quelle del Portogallo. «Le economie periferiche si stanno rimettendo in sesto sfruttando i mercati esteri e con grande velocità. Sono le esportazioni a spingere, con l'eccezione della Grecia, questo processo, mentre il costo del lavoro è in forte calo», dice Frank Gill, credit analyst di Londra per l'agenzia di rating.
Anche per S&P's tuttavia ci sono molte perplessità su come i Paesi della periferia dell'euro stanno guadagnando competitività. «Crediamo che, in certa misura, un'economia in crisi che riesca a ritrovare competitività, a migliorare l'export e ad attrarre investimenti solo perdendo lavoro rischia di ottenere un miglioramento degli indicatori macroeconomici, socialmente insostenibile».
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