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Questo articolo è stato pubblicato il 17 febbraio 2013 alle ore 08:16.

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ROMA
Nessuna ingerenza nella campagna elettorale né da parte di Giorgio Napolitano e tantomeno del presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Così il Quirinale risponde alle critiche del Pdl, che venerdì aveva duramente attaccato il Capo dello Stato per il giudizio severo («deplorevole» l'aggettivo usato da Napolitano) pronunciato da Washington, verso chi, dopo aver sostenuto per oltre un anno Monti, adesso si esprime con «giudizi liquidatori».
Nella nota del Colle si definisce «palesemente infondata» l'accusa rivolta a Napolitano di aver voluto interferire con la campagna elettorale e si ricordano gli apprezzamenti di Barack Obama «per i progressi compiuti dall'Italia». «Al presidente Napolitano è sembrato giusto sottolineare che essi erano stati possibili grazie al sostegno parlamentare di diverse e opposte forze politiche», prosegue il Quirinale, «più tardi, in conferenza stampa con i giornalisti italiani, il Capo dello Stato ha rilevato come da qualche parte si sia passati dal sostegno ai provvedimenti del governo a giudizi liquidatori».
Ma non è finita. Il passaggio conclusivo della nota del Colle è rivolto a quanti avevano criticato Obama per il giudizio positivo espresso nei confronti dell'Italia «per il lavoro svolto nell'ultimo anno», e contro il quale si era scagliato il segretario del Pdl Angelino Alfano al grido di «non accettiamo ingerenze». «Rispetto alle forze in campo nella competizione elettorale – sottolinea il Quirinale – il presidente Obama si è astenuto da qualsiasi apprezzamento nei confronti di chiunque». Concetto ribadito dalla Casa Bianca attraverso la portavoce Caitlin Hayden: «Gli Usa non parteggiano o appoggiano alcun partito politico nelle elezioni di altre nazioni. Alle elezioni italiane tocca al popolo italiano decidere».
Pdl e Lega però non arretrano. Roberto Maroni ribadisce che Napolitano «deve stare fuori» dalla contesa rimanendo in silenzio mentre Maurizio Gasparri, capogruppo uscente al Senato del partito di Berlusconi, definisce quella del Capo dello Stato una «autoassoluzione» deludente: «Se un errore abbiamo commesso è stato di generosità». Anche Osvaldo Napoli critica il presidente e Monti attribuendogli la responsabilità dell'esasperazione dei toni di questi giorni.
Pier Luigi Bersani invece, preso atto del chiarimento del Capo dello Stato, spiega: «Il punto da condividere è che dobbiamo assolutamente, nel futuro, preservare e confermare quel tanto di credibilità internazionale riacquisita dopo Berlusconi». A sostegno del Quirinale interviene anche l'ex ministro del Pdl Franco Frattini secondo cui, anziché preoccuparsi per «i gravi e vergognosi scandali che travolgono l'Italia», si attacca irresponsabilmente il Capo dello Stato e quello di un governo amico che ha avuto il merito di esprimere giudizi positivi e di gratitudine verso l'Italia. A difesa di Napolitano arriva anche Pier Ferdinando Casini che a proposito dell'atteggiamento «liquidatorio» del Pdl dice: «Non è possibile sostenere i provvedimenti del governo e poi fare una campagna elettorale denigratoria contro Monti».
Chi invece preferisce non commentare le parole del Capo dello Stato è proprio Mario Monti («non lo faccio mai, sono spunto di riflessione»). Il premier, ieri a Torino, ha preferito soffermarsi sull'emergenza morale portata alla luce dalle inchieste giudiziarie («mi smarrisco di fronte al moltiplicarsi degli scandali») e ha parlato di «fine di un'epoca». Monti ha poi rimarcato il suo «nervosismo» quando sente dire che l'Italia nel 2011 era in «buone condizioni». Chiaro il riferimento al suo predecessore, Silvio Berlusconi, che anche ieri non ha risparmiato accuse e critiche a quello che definisce «un professorino che non capisce niente di economia». Il Cavaliere ieri ha fatto tappa in Sicilia e da Palermo ha annunciato che in caso di vittoria «si farà il Ponte sullo Stretto», ribadendo anche di essere a favore di «amnistia e indulto» per svuotare le carceri sovraffollate.
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