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Questo articolo è stato pubblicato il 20 febbraio 2013 alle ore 06:37.

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Ormai è chiaro: la Francia rallenta, e molto. Ieri il ministro degli Esteri Laurent Fabius ha ammesso che la crescita per l'intero 2013 non sarà migliore dello 0,2-0,3 per cento.
Una conferma indiretta, parziale, è presto giunta dallo stesso presidente François Hollande, dalla Grecia: «Per il 2013 - ha detto - tutti sanno che non raggiungeremo l'obiettivo dello 0,8%», smentendo così il ministero delle Finanze che aveva in sostanza giudicato premature le indicazioni di Fabius.
La Francia, dunque, non sta andando bene; e il governo sta solo riconoscendo la realtà, con tutta la lentezza dell'ufficialità. L'obiettivo del 2013 era stato fissato all'1,2%, poi le cose sono peggiorate troppo rapidamente. Il 2012 si è infatti chiuso con una crescita zero (malgrado esportazioni in crescita del 2,3% e importazioni in leggera flessione) e, insieme, con la minaccia di una recessione ora difficilmente evitabile: il Pil del quarto trimestre è calato dello 0,3% e una nuova contrazione è prevista per questo inverno 2013. Tutto questo proprio mentre la Germania sembra riprendersi, e rapidamente.
Cosa stia accadendo è chiaro: sono venuti meno - classicamente - gli investimenti e questo rende l'attuale contrazione un normale fenomeno ciclico. Al punto che non tutti sono così pessimisti. Del resto, la contrazione tedesca di fine 2012 è stata di gran lunga più intensa di quella francese che, per giunta, è risultata inferiore al previsto. «Noi ci aspettiamo una modesta crescita del Pil già in questo primo trimestre» ha avvertito allora in una nota Tullia Bucco di UniCredit. La resilienza (la resistenza agli urti, ndr) della Francia nel ciclo - ha spiegato una ricerca di Laurence Boone di Bank of America Merrill Lynch - è stata molto più forte di quella spagnola o italiana», e non c'è da temere - come fa qualcuno - un destino simile a quello dei grandi Paesi periferici. La Grande recessione ha colpito il Paese con minore intensità di quanto non abbia fatto in Germania e se Berlino ha rivisto e superato i livelli di Pil e di occupazione del 2008, a Parigi manca molto poco.
Per molti economisti la scommessa resta comunque aperta. A parte il peso del deficit fiscale, crescente, la presenza dello stato nell'economia, la regolamentazione del mercato del lavoro e la relativa "chiusura" al commercio estero sono elementi di debolezza, secondo Boone, nel senso che «fanno da cuscino, e in modo efficiente, in una recessione, ma anche da freno nella ripresa». Il punto, allora, è se Parigi e il suo governo socialista - non amato particolarmente dagli investitori - riusciranno a salvare il modello francese. Sicuramente i punti di forza non mancano. Rispetto a Spagna e Italia, e come la Germania, Parigi ha un maggior numero di aziende con più di 250 addetti - ricorda Boone - e l'ambiente istituzionale resta più favorevole al "fare impresa". E, in prospettiva, vanno valutati gli effetti dei crediti fiscali alle aziende, associati dal 2014 a un aumento dell'Iva: la "svalutazione fiscale" voluta da Parigi.
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